lunedì 13 dicembre 2004

No al caro-cellulare

Le tasse più alte d'Europa, il caro-SMS, le politiche degli operatori telefonici: contro quelli che in molti definiscono abusi sabato prossimo 18 dicembre il primo sciopero europeo dei cellulari. Ecco di che si tratta

No al caro-cellulareCittadinanzattiva, da lungo tempo impegnata sul fronte della telefonia, capace di farsi sentire sia sul fronte dialer sia in quello dei rapporti dei consumatori con i grandi operatori di telefonia, ha confrontato la situazione degli oneri sul cellulare in Italia con quelle nel Regno Unito, in Germania e in Spagna.

A finire nel mirino sono prima di tutto le tasse di concessione governativa che, come ben sanno in particolare i titolari di abbonamenti e le imprese, ogni mese aggravano in modo consistente le bollette degli operatori: tassa governativa e IVA al 20% portano gli italiani a pagare ben di più di quanto avvenga in Spagna e in Germania (dove l'IVA è al 16) e persino nel Regno Unito (al 17,6).

Una situazione peraltro rilevata anche sulla telefonia fissa. In tutti i paesi, con differenze minime, l'operatore dominante gestisce fino all'80 per cento dell'intero mercato. In questo caso il canone di una linea fissa in Italia è di 14,27 euro, più alto che nel Regno Unito (12,49) ma più basso rispetto a Spagna (16,69) e Germania (15,66).
Ma ciò che deve spaventare il consumatore italiano, bombardato dalle pubblicità degli operatori che ne spiegano a metà i meccanismi, è la complessità delle tariffe, che secondo Cittadinanzattiva è riscontrata solo in Italia. Dallo scatto alla risposta ai canoni che si pagano ogni due mesi, molti sono i parametri che sfuggono alla scelta del consumatore che può influire soltanto sulla durata delle conversazioni, una variabile che incide solo in parte sul costo generale.

Come se non bastasse, a pesare sulle spese telefoniche dell'utente nostrano, sono anche strumenti come i tagli delle ricariche telefoniche che, soprattutto per i tagli piccoli, a volte possono nascondere il reale peso dell'acquisto: su tagli da pochi euro, infatti, si arriva a ricarichi di guadagno per l'operatore del 40 o 50 per cento, andando così peraltro ad incidere in particolare sui consumatori più deboli, quelli che appunto tendono ad usare le microricariche. Il tutto peraltro senza verifiche da parte dell'Autorità (perché i nuovi tagli di ricarica non incidono ufficialmente sulle tariffe praticate) e con distorsioni per i dati dell'ISTAT (che non ne tiene conto).
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