Gli spot di Google non violano trademark

Prima importante sentenza emessa negli Stati Uniti: collegare spot pubblicitari al nome di un'azienda non significa abusare del proprio marchio. In ballo un mercato da miliardi di dollari

Washington (USA) - Utilizzare dei trademark come parole chiave per attivare servizi specifici su web non rappresenta una violazione dei trademark. Questo è quanto afferma una sentenza dalle notevolissime implicazioni che è stata emessa nelle scorse ore da un tribunale distrettuale statunitense della Virginia.

Il caso è quello che contrappone la società di assicurazioni Geico a Google. Geico, come già altre aziende, ha deciso di agire quando si è resa conto che cercando il suo nome sul celebre motore di ricerca, le pagine di risposta erano condite di link sponsorizzati a siti dei propri concorrenti.

Il giochino è tutt'altro che secondario, perché è invece alla base del funzionamento di AdWords, il celebrato e celeberrimo sistema di inserzioni realizzato da Google e che consente di associare ai risultati delle ricerche compiute dagli utenti degli spot testuali con link al proprio sito e alle proprie attività online.
La sentenza in Virginia risulta di importanza fondamentale non solo perché dietro a questo sistemino c'è un mercato vastissimo e in continua espansione ma anche perché alla fine dell'anno scorso in Francia si è avuta una sentenza di segno completamente opposto che ha costretto Google a rilanciare per cercare di stabilire come legare un trademark ad una parola chiave senza che possa essere considerato un abuso.

Nei prossimi mesi, con gli altri casi voluti da altre società, si dovrebbe chiarire una volta per tutte la liceità o meno di questo genere di pubblicità.
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