Basta polemiche sui videogiochi

In una lettera i responsabili di Games.it rispondono ad un articolo apparso su Repubblica.it. No alla criminalizzazione delle attività videoludiche

Milano - In riferimento all'articolo di Fabio Santolini comparso su Repubblica.it a questo indirizzo faccio presente, a nome della redazione di www.Games.it, portale videoludico italiano, quanto segue:

Riteniamo assolutamente inaccettabili le polemiche che vengono scatenate, ad ogni minimo pretesto, contro il mondo dei videogiochi. Il mercato videoludico ha da tempo superato, per fatturato, l'industria cinematografica. Le centinaia di milioni di console vendute in tutto il mondo dimostrano ampiamente come il videogioco sia entrato prepotentemente tra i principali sistemi di intrattenimento. Capiamo la preoccupazione che questo causa nei media tradizionali, testate giornalistiche e televisione in primis, ma crediamo che sia necessario fornire all'opinione pubblica dati certi e precisi, onde evitare inutili preoccupazione e stupide cacce alle streghe.

Accusare "Return To Castle Wolfenstein" di "Incoraggiare le persone ad esprimere quelli che sono giustamente considerati sentimenti socialmente inaccettabili, come il razzismo e l'antisemitismo" (Mark Weitzman, riportato da Repubblica.it) è come accusare di propaganda nazista i capolavori del cinema di guerra. Il titolo della Id Software è puro intrattenimento, ambientato durante la seconda guerra mondiale. Crediamo che non si possa prescindere, in un gioco o in un film di tale ambientazione, dal rappresentare quelli che sono stati i simboli del periodo nazista. E' importante anche notare che l'acquisto di "Return To Castle Wolfenstain" viene sconsigliato ai minori di 18 anni. Se in Italia questo "consiglio" non è ancora legge, è sicuramente un problema che riguarda le istituzioni e non la Id Software, nè tantomeno i videogiocatori.
E' anche importante sfatare il mito del videogiocatore teenager. Repubblica.it, citando l'avvocato Bruce Boyden, scrive che "E' un problema di tutti i giochi, c'è sempre una vena di odio. Il fatto è che la maggior parte dei giocatori sono teen-ager o ventenni, per cui le dinamiche sono molto simili alle battute che si fanno negli spogliatoi maschili". Questa affermazione denota ignoranza. E' stato infatti dimostrato, da ricerche di mercato condotte da tutti i più grandi distributori di videogiochi del mondo, che l'età media del videogiocatore è molto più elevata.

Inoltre l'avvocato Boyden, e forse anche il giornalista di Repubblica, ignorano che esistono anche videogiocatori del gentil sesso. Forse rientrano anche loro nella categoria degli "spogliatoi maschili"?

Non è neppure vero il binomio videogioco/odio. Esistono veri e propri best seller sportivi, giochi strategici, rompicapi, simulatori di volo, giochi di corse, eccetera. Basta guardarsi un po' intorno, sarebbe sufficiente dedicare un po' di attenzione agli appositi reparti nei grandi magazzini per capire che la violenza non è né l'unica né la più diffusa trama di un videogioco. Forse l'avvocato in questione avrebbe fatto meglio a documentarsi prima di esprimere queste opinioni.

Concludendo, non possiamo che esprimere il nostro rammarico per un articolo estremamente fazioso, che cita dichiarazioni senza né verificarne la coerenza, né dando spazio ad altre opinioni. Ci ha molto deluso, ad esempio, il fatto che l'autore dell'articolo non abbia neppure contattato i produttori o i distributori italiani del videogioco per sentire la loro opinione.

Francesco Bari
Sistemista, Redattore
www.games.it.
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