Oggi lo sciopero dei Call center Telecom

Gli operatori rivendicano garanzie promesse che non sarebbero state concesse. Si riapre la ferita del lavoro precario nei call center italiani. In cui si lavora a cottimo e senza alcuna certezza

Roma - Sciopero generale di 8 ore oggi per tutti i lavoratori dei call center Telecom Italia. Lo sciopero è indetto perché Telecom, dopo aver approvato a dicembre 2004 l'adozione di un unico numero nazionale per il servizio di assistenza ai clienti e aver dunque accorpato gli addetti in un solo call center, non avrebbe provveduto alla definizione dei termini contrattuali.

Secondo gli operatori, manca una chiara divisione fra addetti alle attività di front-end (relazioni con la clientela) e quelli di back office (organizzazione delle modalità tramite le quali gli addetti al front-end possono fornire assistenza agli utenti che chiamano). La trasformazione di molti dei contratti da part-time a full-time, sebbene concordata in passato, non sarebbe ancora stata attuata; infine gli addetti lamentano il fatto che i turni di lavoro sarebbero stati riorganizzati senza tener conto delle esigenze di chi lavora.

Lo sciopero di oggi riapre la dolorosa ferita legata alla gestione delle risorse umane all'interno dei diversi call center del nostro paese che, nonostante siano sempre più considerabili l'emblema della precarietà del lavoro, vivono comunque una crescita esponenziale, legata proprio alla difficoltà di trovare occupazioni più soddisfacenti e redditizie; i numeri parlano di circa 192.000 persone (rilevazioni Osservatorio Contact Center) occupate nei call center di tutta Italia, con punte massime in Lombardia e Lazio. L'età media degli addetti è di 28 anni, in prevalenza donne (62%), con un livello di istruzione abbastanza elevato, se è vero che circa il 30% degli addetti è laureato.
Il call center più grande d'Italia è quello gestito da Atesia, prima di proprietà Telecom e ora acquistata all'80% dal Gruppo Cos, che conta circa 11.000 addettidei quali solo 3.000 a tempo indeterminato (grazie ad un accordo siglato con Telecom lo scorso 24 maggio 2004); ed è stata proprio la mobilitazione dei dipendenti Atesia a portare alla ribalta il problema dei call center, mettendo in evidenza il fatto che le aziende che offrono servizi di questo tipo sono solite contrattualizzare i propri lavoratori "a progetto" di tre mesi in tre mesi, con sospensioni improvvise (e non remunerate) e soprattutto nessuna garanzia sul posto di lavoro.

Nei call center si lavora solitamente sei ore al giorno per cinque giorni: i due giorni di riposo variano di settimana in settimana sulla base di un accordo definito in partenza e si ha diritto a un quarto d'ora di pausa ogni due ore.

Un altro problema di alcuni call center (non necessariamente di Telecom), è che gli addetti sono pagati "a cottimo", anzi a qualcosa che al cottimo assomiglia solo: non è infatti prevista, nel 90% dei casi, una retribuzione fissa ma si viene retribuiti "a contatto utile", ovvero in base ad ogni singola chiamata che arriva all'operatore.

Può dunque capitare che il telefono non squilli per giornate intere e non è detto che più si lavora, in termini temporali, e più si guadagni. E le buste paga, nonostante il minimo contrattuale sia di 6,73 euro l'ora per il primo anno di lavoro (7,50 dal secondo), raccontano quasi sempre di stipendi da fame, non proporzionati al lavoro svolto che prevede sovraccarichi, sistemi di controllo molto rigidi, monotonia, e ritmi molto intensi.
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