
"Nella configurazione dell'editoria digitale i ruoli tendono a confondersi - spiega Sergio Messina, portavoce del collettivo (L)eft - sia quelli di autore, editore ed etichetta che quelli, ben più salienti, di artista e ascoltatore. Nel nostro coordinamento alcuni sono editori/etichette, altri dei musicisti interessati a seguire le sorti della propria musica senza affidarla a terzi. Altri ancora sono dentro le webradio, uno strumento sempre più potente di propulsione della musica libera. Questo mondo -sostiene - non solo sta aumentando esponenzialmente, grazie alla diffusione e all'immediatezza della rete ma sta iniziando ad essere commercialmente appetibile, soprattutto per chi fa molti concerti, ma non solo. Per esempio - continua Messina - la recente apertura delle major verso alcune licenze di Creative Commons (palesata dalla concessione di brani di loro proprietà per la compilation CC di Wired) lo dimostra. E poi, col web, è inevitabile".
Oggi dunque "la rivoluzione digitale suggerisce l'idea di un copyright variabile, elastico, che prenda atto del fatto che le idee, le storie, la musica, una volta pubblicate sono appunto pubbliche". Ma siamo sicuri che non sia solo un modo per chi non riesce a "sfondare" di essere sul "mercato"? "L'entità del cambiamento indotto dal digitale è così potente da rendere inutili tutte e due queste parole tra virgolette - è ancora Sergio Messina che risponde - in una distribuzione digitale non esistono più le nicchie (come sa bene Amazon), quindi non serve "sfondare" per vivere di musica, e meno che mai serve un "mercato". I mercati sono infiniti, su molti piani diversi, e ognuno gioca su quelli che crede. Io per esempio alcune cose le metto in rete mentre altre le metto su CD; altre ancora invece vanno prima per radio e poi, semmai, sul web. Alcune le suono dal vivo, e così via".
Ma non tutta la musica deve essere gratis: anche per gli "autoprodotti" esiste un "giusto prezzo". E come fanno a vivere? Che lavoro fanno i dissidenti del copyright?
"Ci sono molti artisti per i quali il ricavato dei CD si aggira intorno al 5% l'anno (il 95% dai concerti). A questi la musica converrebbe regalarla e fare qualche data in più". Il 90 per cento di chi fa musica, invece, la fa in queste condizioni e lo fa sostanzialmente perché è una pratica che dà piacere, che permette di resistere psichicamente all'urto della colonizzazione lavorista su tutti gli aspetti della vita, ma anche di contrattaccare, riportando il godimento in una posizione centrale della vita quotidiana".
I limiti tecnici? Ci sono ma si assottigliano ogni giorno di più.
Per quanto riguarda l'entusiasmo? "Non prevediamo un esaurimento dell'euforia per la buona musica prima del 25.358 dopo Cristo". Se lo dicono loro. E siccome gli "autoprodotti" non peccano certo in coerenza, la gran parte dei loro lavori sono file.ogg, un formato audio che, per qualità e per dimensioni, può essere paragonato al dilagante Mp3. A differenza di quest'ultimo è completamente libero, open source, e senza diritti di brevetto. Per poterlo utilizzare sia gli utenti sia i produttori di decoder hardware e software non sono tenuti a pagare alcuna royalty. E' compatibile con alcuni lettori (ma occorre scaricare il plug in) mentre l'ultima versione di Winamp legge i file.ogg senza problemi.
Per saperne di più su come operare su questi file ci da una mano
Vilipendio mentre da
qui si possono scaricare alcuni lavori. Questo è invece un
motore di ricerca per le autoproduzioni.
Alessandro Biancardi