* difendere dall'imitazione la differenziazione che è il risultato di tali investimenti;Come abbiamo detto e ripetuto più volte il software è immateriale, e non necessita di investimenti infrastrutturali così elevati.
Non si potrebbero scrivere più libri "simili", o comporre canzoni che parlano dello stesso argomento;
proviamo a rispondere a queste domande:
1. cosa sarebbe successo al genere musicale "Rock" se qualcuno lo avesse brevettato?
2. Cosa sarebbe successo agli "spaghetti al pomodoro" se qualcuno li avesse brevettati ?
3. Cosa sarebbe successo alla Divina Commedia se qualcuno avesse brevettato l' idea di fare un viaggio fantastico fra Inferno, Purgatorio e Paradiso ?
4. Cosa sarebbe successo alla Matematica se qualcuno avesse brevettato le sue formule? Non saremmo liberi di calcolare l'area di un triangolo oppure l'interesse di un capitale....
Queste domande possono sembrare poco serie e fuori luogo: questo perché le loro risposte ci sembrano immediate e scontate. Siamo ormai abituati da sempre a non brevettare queste cose.
Il software invece è un prodotto nuovo nella società: non tutti si rendono conto di cosa sia esattamente. E quindi è più facile far credere che sia giusto e opportuno brevettarlo. Molti lo intendono esclusivamente come uno strumento di uso tecnologico, ma questo non è propriamente sufficiente a caratterizzarlo: esso è molto più simile a una formula matematica, un procedimento logico-aritmetico che scaturisce dall'intelligenza e dalla creatività di uno o più autori (siano essi ingegneri, informatici, programmatori, analisti etc...).
Così come i compositori di musica continuano a comporre musica, così come i cuochi continuano a cucinare, così come gli scrittori continuano a scrivere anche i programmatori e le aziende che danno loro lavoro possono continuare a guadagnare e lavorare senza bisogno dei brevetti.
Se accettassimo i brevetti sul software, come potremmo poi negarlo ai musicisti, ai cuochi, altri scrittori e ai matematici? Le idee relative a beni immateriali come questi hanno bisogno di circolare liberamente per poter essere utilizzate e (ri)scoperte da altri. Questo è quanto sostengono anche i ricercatori e gli accademici.
* permettere alle imprese che non dispongono di risorse finanziarie di accedere a finanziamenti (per gli investitori riveste grande importanza il fatto che l'azienda detenga un portafoglio di brevetti);Gli investimenti finanziari nel software possono esser minimi, alla portata di tutti.
Inoltre il valore monetario di un brevetto software è molto labile e variabile nel tempo: esso dipende in modo stretto dalla sua capacità di trasformarsi in reddito negli anni. Il mondo dell'informatica si evolve molto velocemente e un brevetto che potrebbe risultare promettente per il presente potrebbe non esserlo più fra un anno o addirittura meno (la stessa cosa non succede per i brevetti tradizionali).
Questo fenomeno invalida il valore patrimoniale di un brevetto software: è quindi difficile che una azienda, soprattutto PMI, riesca a ottenere finanziamenti sulla base del portafoglio brevetti relativo al software. Ricordiamo inoltre che la valutazione finanziaria di un brevetto richiede una perizia tecnico-giuridica molto complessa e costosa: una cosa di poco conto per una multinazionale, ed è invece un costo e ulteriore burocrazia per le PMI che hanno invece decisamente bisogno d'altro.
* concedere licenze di utilizzazione a terzi in vista della commercializzazione e dell'immissione sul mercato dei prodotti protetti e dunque ottenere profitto dalle invenzioni messe a punto;Questa mentalità del guadagno vendendo il software "un tanto al kg" è una visione che non corrisponde alla realtà sul campo: essa fa riferimento a una mentalità di mercato vecchia, di chi proviene dall'economia tradizionale basata sulla compravendita di oggetti materiali.
Oggi, chi fa soldi con il software non lo fa solo vendendo programmi applicativi e stringhe di istruzioni, ma fornendo servizi ad alto valore aggiunto: e questo non solo è vero per le PMI, ma anche per le grandi multinazionali: basta vedere i bilanci di IBM, Sun, Oracle in cui una buona parte del fatturato non proviene tanto dalla vendita di licenze, ma soprattutto dall'assistenza e altri servizi. In questo scenario fa eccezione solo Microsoft, che però si trova in una situazione di assoluto monopolio, tra l'altro già contestato dalla stessa UE.
* ottenere accordi di licenza incrociata con altre imprese che abbiano proprie tecnologie brevettate per combinarle con le proprie al fine di offrire prodotti unici e non copiabili da terzi;Ecco un punto fondamentale: proviamo a spiegarlo con una metafora esemplificativa; le licenze incrociate sono molto simili allo scambio di figurine che si fa da bambini.
Un bambino che ha comprato 3 bustine di figurine non sarà in grado di fare alcuno scambio perché non ha un valore sufficiente da permettergli di scambiare con i bambini che invece giocano e collezionano da più tempo. Le PMI sono come i bambini con 3 bustine di figurine: gli investimenti non solo economici ma anche di impegno, tempo, competenze necessari a costruirsi un portfolio brevetti di alto valore (le figurine) sono assolutamente fuori della portata delle PMI. Pertanto lo scenario che illustra Confindustria è esattamente quello dei soliti bulli che decidono, forti dei loro mazzetti di figurine, chi può giocare e chi no.
Confindustria dimentica le multinazionali che già detengono centinaia se non migliaia di brevetti software oltreoceano e che non vedono l'ora di poter usare tali brevetti anche in Europa. E quali accordi di licenza incrociata una PMI italiana/europea puo' ottenere con un colosso che possiede 100, 500 o migliaia di brevetti software? E' molto probabile anzi che un qualunque software sviluppato dalla PMI in Europa infranga almeno uno se non più dei suddetti brevetti software d'oltreoceano.
Quindi, in realtà, attualmente sono le imprese europee ad avere un vantaggio competitivo verso quelle USA o giapponesi (dove i brevetti sul software sono concessi) ed è questo il motivo per cui ci sono grandi pressioni di multinazionali per introdurre la brevettabilità del software anche in Europa: lo scopo vero è dare vantaggio (ma loro la chiamano competitività) a chi già di brevetti ne ha già molti.
Se invece l'Europa, come noi auspichiamo, decidesse di non introdurre i brevetti sul software, molto probabilmente anche gli USA e il Giappone inizierebbero a valutare la possibilità di cambiare le loro attuali regole a tutto vantaggio della vera competitività per due motivi:
- Esistono già, soprattutto negli USA, movimenti e pressioni economiche contro i brevetti sul software e molti dubbi sulla pratica ormai diffusa di brevettazione del software. Molte sono le perplessità di studiosi delle università americane: informatici, giuristi, economisti.
- Se la UE si schierasse apertamente contro i brevetti, la reazione a catena in questi stati sarebbe immediata, sicuramente.
Le imprese europee potendo ottenere brevetti in USA e Giappone hanno in effetti attualmente un reale vantaggio: purtroppo non ci sono multinazionali del software in Europa in grado di competere ad armi pari con tali colossi.