Sangue virtuale, violenza reale?

Scienziati tedeschi dimostrano che le zone cerebrali coinvolte dalla violenza simulata su computer sono le stesse che si attivano durante gli scatti d'ira quotidiani. Il videogioco coinvolge troppo?

Aachen - Sullo schermo, il demone si avvicina minaccioso. Il pensiero corre al mouse ed una raffica di pallottole crivella immediatamente il mostro, lasciandolo marcire in un ammasso di pixel. Complimenti: il vostro FPS preferito vi ha appena regalato una ben poco virtuale esperienza di reazione aggressiva. E' questa la tesi di un gruppo di ricerca tedesco formato da neurobiologi e psicologi: l'esposizione a videogiochi violenti produce la stessa attività cerebrale provocata da un evento pericoloso e potenzialmente aggressivo.

L'esperimento dell'equipe del Dott. Klaus Mathiak, psicologo dell'Università di Aachen, ha coinvolto tredici accaniti videogiocatori, compresi tra i 18 ed i 26 anni di età. Nel corso di varie sessioni di gioco, il cervello dei soggetti è stato osservato attraverso una scansione a risonanza magnetica: secondo i risultati della ricerca, l'amigdala e la corteccia anteriore del nostro cervello si spengono in ogni occasione di violenza digitale. Esattamente come accade nelle situazioni di pericolo reale. Attraverso questa insolita attività neurochimica, il nostro corpo si "prepara" a reagire con aggressività alla minaccia incombente.

E la domanda è immediatamente sorta spontaneamente nella testa degli scienziati: i giochi sanguinolenti coltivano abitudini aggressive? Secondo quanto apparso sul New Scientist, il neurobiologo tedesco Niels Birbaumer è convinto di sì. L'uso di videogiochi violenti allenerebbe il nostro cervello a preferire "l'uso degli stessi circuiti cerebrali che suggeriscono una reazione aggressiva anche nelle situazioni di vita reale". Tuttavia, una rigorosa dimostrazione scientifica di questa ipotesi, largamente condivisa dall'opinione pubblica, rimane pressoché irrealizzabile.
Allo stesso tempo, il ponte tra la realtà quotidiana e virtuale appare sempre più solido e breve: uno status quo opportunamente utilizzabile per fini nobili. Ad esempio, l'esercito degli Stati Uniti sembra aver già capito come apprezzare le proprietà d'immedesimazione offerte dalla realtà virtuale: gli psicoterapeuti in divisa utilizzano videogiochi 3d per curare i commilitoni traumatizzati dalla guerra. Molti giovani al ritorno dall'Iraq vengono immersi in simulazioni degli stessi traumi psicologici subiti durante la missione - il processo di guarigione mentale passa così dallo schermo. Secondo lo psicologo Skip Rizzo, dell'Università della California del Sud, "quella di oggi è una generazione di videogiocatori: tutti quanti sono a loro agio utilizzando l'aiuto del computer nella psicoterapia".

Tommaso Lombardi
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