Paolo De Andreis

Non saranno leggi speciali, però...

di Paolo De Andreis - La proposta britannica trova una singolare assonanza anche nel nostro paese. Ma sulla via di data retention e controllo si stanno muovendo G5 e UE. Un'accelerazione post-Londra da cui guardarsi

Roma - Ci sarà da ascoltare e leggere con attenzione quello che accadrà venerdì, quando il Consiglio dei Ministri dovrà valutare il cosiddetto pacchetto Pisanu, ossia le novità normative che il ministro degli Interni ritiene necessarie per rafforzare le difese dell'Italia contro la minaccia del terrorismo internazionale.

C'è da stare attenti perché la via intrapresa ricorda molto da vicino quella delineata all'indomani degli attentati di Londra dal ministro degli Interni britannico, Charles Clarke, che tra le molte cose chiede la conservazione fino ad almeno tre anni di tutti i dati di traffico telefonico e internet, dalla localizzazione di chi chiama ai numeri dei chiamati, dalle intestazioni delle email al log dei siti visitati.

Pisanu, che ha voluto gettare acqua sul fuoco dismettendo l'idea che siano necessarie leggi speciali, locuzione che si identifica più di ogni altra con normative di restrizione delle libertà personali, ha inserito nel suo ampio pacchetto anti-terrorismo un paio di note che non saranno speciali ma preoccupano ugualmente chi si occupa di nuove tecnologie.
La prima riguarda appunto la data retention, ossia la conservazione dei dati: il pacchetto prevede che, come i dati del traffico telefonico vengono oggi conservati per un periodo di quattro anni, a questo limite sia estesa anche la registrazione e conservazione delle informazioni sul traffico internet. Una estensione di cui viene percepita la pesantezza sulle libertà democratiche, tanto che la si vuole introdurre "soltanto" per i prossimi due anni. Ma questo è un termine decisamente ottimistico se davvero è una misura necessaria alla lotta al terrorismo, una "guerra" che, secondo gli alleati di Washington, non potrà durare meno di 10 o 15 anni. Basti qui ricordare che secondo i garanti europei per la privacy la data retention altro non è che una forma di intercettazione. Pensare che possa essere estesa a tutti gli utenti senza che questo rappresenti qualcosa di speciale è decisamente naif.

La seconda è invece l'attribuzione obbligatoria di una intestazione ad ogni scheda di telefonia mobile: l'idea è che ad ogni telefonata da un qualsiasi numero mobile corrisponda sempre un nome e un cognome ben determinati. In un'epoca in cui vanno scomparendo i confini tra Internet wireless e wired, tra telefonia mobile e VoIP, tra la stessa telefonia fissa ed Internet, c'è da chiedersi quale terrorista che non voglia essere catturato utilizzerà una di quelle schede. Lo faranno invece tutti gli italiani, in modo indiscriminato e completamente, cedendo così ai database delle forze dell'ordine non solo i propri dati personali ma anche tutti i numeri chiamati, dunque la propria rete di relazioni, in pratica mostreranno le pudenda allo Stato in nome di una presunta sicurezza.

Inutile star qui a disquisire sulla fattibilità di certi progetti, sulle difficoltà di legare un volto ad un numero mobile o quelle che un provider incontrerebbe se dovesse registrare e persino conservare in un ambito di sicurezza e impenetrabilità tutti quei dati. Inutile perché sono considerazioni già note e già fatte, tra l'altro più volte presentate al Governo e ai suoi ministri dagli stessi provider, in questi ultimi anni persino con una preoccupante frequenza.

Mentre scrivo, i paesi del G5 stanno ragionando sulle misure comuni da adottare e un via libera di massima alla linea britannica è già arrivato nei giorni scorsi. Sugli stessi binari si stanno muovendo i ministri europei in ambito UE. Questo indica che la linea di confine tra lotta al terrorismo e detrimento delle libertà democratiche si va assottigliando e rischia di diventare così leggera da essere invisibile. Difficile credere che la sanguinosa sequela di attentati si fermi qui, e in molti in questi giorni hanno parlato dell'Italia come obiettivo probabile di una prossima iniziativa terroristica di Al-Qaeda: il minimo che possiamo fare, dunque, è lavorare per capire se il privilegio di vivere in una società democratica possa o meno essere smontato pezzo per pezzo, attentato dopo attentato. Rendendo visibile quella linea sottile possiamo sperare di capire almeno di quanto e a che prezzo è stata oltrepassata.

Paolo De Andreis
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