Pirateria, Baidu è un muro di gomma

Il motore di ricerca più importante in Cina ricorre ad un tribunale di Pechino per scampare dall'assalto dei discografici americani. Volano le accuse ma Baidu replica secco: non sanno cos'è un motore di ricerca

Pechino - L'industria multimediale, terrorizzata dalla pirateria, spara contro un'azienda cinese ma trova un muro di gomma. La Cina è di nuovo al centro delle attenzioni internazionali per una vicenda legata alla violazione delle norme sul diritto d'autore. Stavolta il protagonista dello scandalo è Baidu, motore di ricerca made in China in testa all'agguerrita concorrenza statunitense di Microsoft e Google (che ne possiede peraltro circa il 2,4% del capitale).

La Corte Popolare di Pechino ha condannato Baidu nei giorni scorsi al pagamento di una pena pecuniaria per far fronte alle accuse di EMI, importantissima etichetta discografica. Nel mirino dei legali del gruppo, rappresentati in Cina da una succursale di Shanghai, c'è il noto servizio di ricerca MP3 offerto da Baidu. I giudici cinesi hanno dato ragione alle ipotesi di EMI: Baidu permette il download illegale di brani ed album interi.

La multa che Baidu dovrà pagare equivale a circa 6800 euro - una somma veramente irrisoria, considerati gli enormi interessi in gioco, ma carica di un fortissimo significato simbolico. "Risponderemo con forza a queste accuse", ha tuonato immediatamente un responsabile dell'azienda sotto torchio, da poco presente sul listino tecnologico NASDAQ. L'"anti-Google" dell'estremo oriente, un importantissimo mercato in pieno sviluppo, ha così annunciato il ricorso in appello. Il rischio è che la vicenda possa tramutarsi in un precedente, in grado di aprire una breccia nel refrattario regime cinese, da sempre poco incline alla tutela della proprietà intellettuale.
Nel frattempo anche Sony BMG e Universal, in prima linea nella lotta alla pirateria, hanno mosso guerra al colosso asiatico delle ricerche online. I legali di Baidu temono adesso un "effetto valanga" che precipiterebbe l'azienda in un vortice di problemi: il vastissimo database di canzoni indicizzate è il più importante tra gli ingranaggi del search engine di Pechino, su cui appoggia una proficua speculazione pubblicitaria. Una miniera d'oro che attira quotidianamente oltre dieci milioni di utenti, dieci milioni di potenziali "pirati multimediali", secondo l'ottica delle major. Ed è battaglia: le major vogliono definitivamente stroncare questa controversa prospettiva. Baidu alza la guardia e nega l'implicazione in affari sporchi. "Offriamo semplici servizi di ricerca e non servizi di download", sostengono gli avvocati cinesi.

"Simili interferenze ed accuse nei confronti dei meccanismi d'indicizzazione di tutti i file multimediali, non solo piratati", continuano i gestori di Baidu in un intervento apparso sul The Standard di Hong Kong, "potrebbero mettere a rischio l'intero concetto alla base dei motori di ricerca". "Alla base della condanna c'è sicuramente un fraintendimento con i giudici", conclude l'avvocato Li Decheng, "perché forse non hanno ben capito il significato tecnologico dell'espressione motore di ricerca".

L'industria multimediale di tutto il mondo ha gli occhi incollati sulla Cina. L'evoluzione del "caso Baidu" potrebbe rivelarsi una prova importante per la Repubblica Popolare, paese membro della World Trade Organization e perciò tenuto a rispettare gli accordi TRIPS sulla tutela della proprietà intellettuale. Tuttavia, le speranze di affossare la pirateria cinese non sono rosee: protezionismi locali e strane peculiarità del sistema politico-economico cinese sono due scogli quasi insormontabili, che ritarderanno sicuramente la normalizzazione di questo lontano panorama digitale.

Tommaso Lombardi
TAG: cina
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