USA, stop ai software... pericolosi?

Riparte e ribolle il dibattito sulle possibili interferenze del Governo USA nella produzione di software e applicativi, in particolare crittografia e VoIP, in nome dell'interesse nazionale

Washington (USA) - Un inquietante dibattito si è acceso sulle pagine delle più autorevoli testate online specialistiche degli Stati Uniti. Sotto la lente degli esperti c'è nuovamente la telefonia Internet, basata sulla gettonatissima tecnologia VoIP. Il nocciolo della questione, attualissima, risiede nell'interpretazione di una legge del 1934, riguardante il sistema radiotelevisivo e la comunicazione telefonica. Incredibile? No, perchè si tratta di un quadro normativo impugnato dalla Federal Communications Commission per legittimare l'illegittimità di certi software.

Internet può essere una giungla: il parere dei burocrati della FCC è che i consumatori possono addentrarvisi come vogliono, nel pieno rispetto della libertà di mercato. L'unico limite riguarda l'uso di certi software, ovvero tutti quei "servizi ed applicazioni", si legge in una nota ufficiale, che contravvengono alle "necessità delle forze dell'ordine".

L'interrogativo sorge spontaneo: quali sono queste necessità? Trasparenza ed accessibilità sono fondamentali affinché la polizia federale possa operare in ambito telematico. L'esatto contrario di quanto offerto da tecnologie come PGP, utilizzato per rendere indecifrabile grandi quantità di dati, nonché dai numerosi remailer anonimi. Alla lista si aggiungono tutti i progetti per la realizzazione di darknet anonime, nonché i programmi per la messaggistica istantanea crittografata: sono tutti illegali?
E' quello che si chiedono molti americani, già turbati dall'intenzione, firmata FCC, di includere obbligatoriamente backdoor in qualsiasi software per la comunicazione vocale via Internet. Entro il 2007, secondo un'apposita norma chiamata Communications Assistance for Law Enforcement Act, tutti i servizi VoIP saranno obbligati a fornire canali d'accesso privilegiati agli investigatori dell'FBI. In parole povere, tali servizi dovranno essere convertibili, a discrezione delle autorità, in efficaci strumenti per il controllo della società.

L'imperativo della sicurezza nazionale ha portato alcuni membri dell'amministrazione Bush a sostenere questa esigentissima linea d'azione, particolarmente restrittiva nei confronti di tutto ciò che è Internet. La paura più diffusa è che questo importantissimo canale di comunicazione globale, lasciato alla propria evoluzione, possa tramutarsi in una macchina perfetta per attuare piani sovversivi: "Ciò che conta è che questi servizi di telefonia non diventino gli strumenti preferiti da criminali, terroristi e spie", ha dichiarato recentemente Laura Parsky del Dipartimento della Giustizia in un'udienza al Senato federale di Washington.

Alcuni osservatori vedono queste esigenze come un effetto indesiderato della war on terrorism che si scarica direttamente sul cittadino, privato a tutti gli effetti del diritto alla privacy. Gli esperti del Center for Democracy & Technology considerano la linea di Washington un intralcio per l'innovazione. Jim Dempsey, direttore del CDT, teme che "FBI inizierà ad esigere controlli restrittivi" su tutto lo spettro della telecomunicazione. Si salvi chi può: il cambio di marcia, ormai definitivo, potrebbe alterare l'assetto mondiale di Internet - basata, tuttora, su una maggioranza di infrastrutture e servizi provenienti dagli USA.

Gli Stati Uniti derivano pericolosamente verso la Cina? Vogliono un sistema di comunicazione come quello in pugno ai gerarchi di Pechino? Ne abbracceranno una visione più annacquata, mossa da istinto d'autoconservazione, ma altrettanto limitata e limitante?

Tommaso Lombardi
TAG: cybercops
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