Il WSIS? Un'occasione per i diritti umani

di Paolo Zocchi - Dal Summit sulla Società dell'informazione che si terrà in Tunisia può emergere la consapevolezza di una rete capace nel tempo di erodere le blindature censorie e totalitaristiche. Ma bisogna liberarsi della retorica

Roma - Non c'è dubbio che il rapporto tra innovazione tecnologica e democrazia è una questione troppo sottovalutata. Non c'è dubbio che molti Paesi oggi costringono la popolazione a vivere in una condizione di libertà vigilata che, quando parliamo di accesso alla Rete, diventa tanto più visibile quanto più il mezzo è sinonimo di globalizzazione e abbattimento dei muri nazionali. E infine non c'è dubbio che quella che potremmo definire la "via cinese" allo sviluppo (liberismo senza democrazia) non può essere automaticamente replicata quando parliamo delle libertà sulla Rete (accesso senza libertà di espressione). La Rete è sinonimo di democrazia e su questo non possono esserci ambiguità.

Il recente appello lanciato dalla società civile mondiale a Kofi Annan al fine di denunciare le violazioni dei diritti umani degli internauti e di molti giornalisti in Tunisia, nazione che ospiterà il mese prossimo il World Summit on Information Technology appare dunque pienamente condivisibile in un'ottica del genere. Unarete, l'associazione che rappresento, lo ha pubblicato e sottoscritto.

Al tempo stesso però, credo che sia da fare un valutazione attenta, riprendendo anche molte delle intelligenti considerazioni di Saverio Manfredini, sull'occasione che si crea con il WSIS di Tunisi e sui meccanismi di diffusione della partecipazione in rete. Partiamo dal primo punto.
La Tunisia sta vivendo un momento di grande esaltazione mediatica in relazione al Summit: il fatto che questa eccitazione sia imperniata su un evento che concerne lo sviluppo della società dell'informazione è un fatto senza dubbio positivo, tanto più se ciò avviene in un Paese ancora in via di sviluppo. La Tunisia, del resto, rappresenta molte cose: il Mediterraneo, il mondo arabo laico, l'Africa. Se essa dovesse trovare un suo leapfrog, un modello di crescita più rapido basato sulle ICT e sulla rete (un po' come ciò che è avvenuto e sta avvenendo nei Paesi baltici ex sovietici) ciò sarebbe da considerare una cosa a cui anche noi italiani dovremmo guardare con grande attenzione.

Ma la domanda cruciale è un'altra e concerne il rapporto tra libertà civili e rete: insomma è lecito chiedersi se la rete sia un veicolo per la crescita dei diritti o se essa possa svilupparsi e crescere solo in un ambito già pienamente democratizzato. In altre parole possiamo pensare legittimamente che lo sviluppo delle infrastrutture di Rete, dell'accesso a Internet, dei servizi web, potranno portare un Paese in via di sviluppo a crescere economicamente, a sconfiggere le sperequazioni più nette e a far maturare un sistema sociale maggiormente partecipativo? Oppure dobbiamo pensare che tutte queste cose possano svilupparsi solo dove vi sia un pieno rispetto dei diritti civili? Queste domande sono tutt'altro che facili.

Il caso della Tunisia è emblematico: come tutti gli stati del Nord dell'Africa essa si basa su una sorta di "democrazia autoritaria" la cui tradizione affonda nel dopoguerra e nei complessi passaggi di decolonizzazione. La Rete rende solo più evidenti questi aspetti: incarcerare dissidenti o non permettere lo svolgimento di riunioni di giornalisti è una violazione inaccettabile e si tratta di un comportamento molto grave da parte del governo di Tunisi; ma al tempo stesso questo non giustifica che si debba boicottare il Summit. Un simile atteggiamento da parte della società civile mondiale non porterebbe a nulla, anzi, probabilmente metterebbe in crisi quella promettente evoluzione della società dell'informazione che, forse, potrà essa stessa migliorare il rank di democrazia del Paese.

Si badi bene: il mio non è terzomondismo di ritorno, né difesa d'ufficio di un Governo con il quale dissento su molti punti che concernono i diritti fondamentali. E' solo la constatazione di un'occasione che raramente si ripeterà e che, se ben sfruttata, potrà mettere la società civile al centro di processi dei quali essa stessa potrà domani farsi protagonista.

Dunque a Tunisi bisogna andare e soprattutto bisogna partecipare, attivamente, a questi processi. Ogni forma di distacco potrebbe equivalere ad una pericolosa diserzione nella quale, in questo Manfredini è molto chiaro, si inserirà da un lato la volontà della Cina di creare una cortina fumogena sui diritti, dall'altro quella degli USA di lasciare inalterato il sistema della governance, e infine quella di molti altri Paesi ove Internet è solo un megafono delle élites.

Con questo, sia detto chiaro e forte, non vogliamo in alcun modo sottovalutare i rischi insiti nel metodo. La Tunisia deve fare enormi progressi sotto il profilo dei diritti e questo va sottolineato con fermezza. Ma proprio perché noi crediamo fermamente nella capacità di moral suasion che, nel medio termine, la Rete è in grado di generare, non possiamo pensare che la protesta possa coincidere con l'abbandono. Bisogna starci e dialogare, cercando di accettare le ragioni dell'altro, magari confutandole, spiegando che è fondamentale dar voce a chi si oppone, anche crudamente. Noi che studiamo la società dell'informazione siamo i primi a dover fare in modo che sia la Rete a creare processi democratici e non viceversa. Tunisi può essere un buon punto di partenza, se non altro per impostare un dialogo.

Paolo Zocchi
(Paolo Zocchi è presidente dell'Osservatorio Nazionale sulle ICT della Margherita e dell'associazione Unarete. Ha pubblicato di recente per gli Editori Riuniti il volume "L'innovazione tradita")