Google Print di nuovo nei guai

Cinque grandi case editrici statunitensi sporgono denuncia per violazione dei diritti d'autore: ?Abbiamo l'appoggio unanime di tutti gli editori?. E chiedono lo stop immediato del servizio

Mountain View (USA) - Cinque pesi massimi dell'editoria internazionale muovono guerra al popolare Google Print. McGraw-Hill, Pearson Education, Penguin Group, Simon&Schuster e John Wiley&Sons, forti dell'approvazione dell'Association of American Publishers, pretendono la messa al bando del servizio, già accusato da oltre 8.000 scrittori per violazione delle leggi sul diritto d'autore.

Patricia Schroeder, presidente dell'associazione degli editori a stelle e strisce, ha reso noto che il fronte anti-Google è "compatto nella difesa dei propri diritti" e che "queste azioni legali godono del pieno supporto di aziende ed autori". Gli avvocati delle aziende coinvolte hanno perciò inoltrato una ingiunzione per ottenere la chiusura immediata della googleteca.

A differenza della sua costola europea, inaugurata di recente, il Google Print statunitense procede con la digitalizzazione di qualsiasi opera in commercio, sia essa di pubblico dominio o meno. Chi tace acconsente: il processo di indicizzazione non guarda in faccia al copyright, a meno che gli autori non emettano un esplicito divieto. Esattamente l'opposto della mediateca fondata da Yahoo!.
Un metodo inaccettabile, secondo la Schroeder. "Google vuole fare milioni di dollari sfruttando gratuitamente il talento e gli sforzi di chi scrive e pubblica i libri", dichiara in un'intervista ad AP. Il presidente dell'Authors Guild, che rappresenta migliaia di scrittori anglofoni, ha lamentato che la politica aziendale di Google è una "violazione dei diritti d'autore in grande stile".

I portavoce del motore di ricerca californiano si difendono accusando gli editori di miopia. Insistono soprattutto sui nobili intenti di Google Print, che favorirebbero "la ricerca scientifica e la promozione del mercato librario". Secondo l'azienda, l'indicizzazione di libri non può che essere un "forte incentivo alla vendita dei volumi". Non significa, sottolineano, mettere in linea interi volumi senza il consenso degli editori quanto piuttosto, dicono, consentire al pubblico di conoscere quei tomi e magari comprarli...

Tommaso Lombardi
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