Nato il Partito dei Pirati

Un gruppo di utenti svedesi sferra un'offensiva senza precedenti alle politiche delle grandi corporation occidentali che - affermano - si dedicano al racket della proprietÓ intellettuale

Roma - No alle leggi internazionali che rendono possibile alle grandi corporation di far valere a tutto tondo i propri diritti di proprietÓ intellettuale ben oltre il buon senso. Questo, in sintesi, il significato del manifesto politico con cui Ŕ stato presentato nei giorni scorsi in Svezia il Partito dei Pirati.

Nel suo sito, il gruppo di utenti Internet che ha messo in piedi Piratpartiet, dichiara di voler partecipare alle prossime elezioni politiche sperando di riuscire a superare lo sbarramento del 4 per cento: oltre quel numero di voti, infatti, il Partito potrebbe guadagnarsi uno o pi¨ seggi in Parlamento. Per riuscirci dovranno raggranellare pi¨ di 225mila voti.

L'operazione Ŕ annunciata come una esplicita risposta alle politiche delle multinazionali che, afferma il manifesto, nel mondo in via di sviluppo si comportano come un racket a caccia di lucro sulla scorta di proprietÓ intellettuali spesso discutibili, e nel mondo ricco sono impegnate nella violazione della privacy e nell'aggressione legale a singoli individui. Il riferimento alle major del cinema e della musica Ŕ chiarissimo.
Il programma politico del Piratpartiet Ŕ di rottura: ignorare le determinazioni dell'Organizzazione mondiale del Commercio e qualsiasi normativa tesa ad ostacolare il libero flusso dell'informazione. Altri punti cardine riguardano il rifiuto della data retention, ossia la conservazione dei dati degli utenti: in questo caso il riferimento Ŕ alle nuove normative europee che, nate come leggi eccezionali per combattere il terrorismo, mettono in realtÓ i dati raccolti a disposizione anche delle inchieste contro le violazioni della proprietÓ intellettuale.
77 Commenti alla Notizia Nato il Partito dei Pirati
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  • In Italia chiunque provi a creare un movimento o un partito per promuovere l'abrogazione di una legge assurda e ingiusta come quella sul copyright verrebbe accusato di associazione a delinquere.
    Viva gli svedesi (e soprattutto le svedesiA bocca aperta)
    non+autenticato
  • A mio parere ci sarebbero davvero tanti e tanti ragazzi maggiorenni, poco interessati alla politica (ma tutti daccordo che il biscione è male) disposti a votare un partito che salvaguarda in modo specifico i loro diritti di internauti liberi.

    Speriamo che qualcosa si muova anche nel nostro paese...

    una proposta piccola ed umile: e se PI si adoperasse ad un raccolta firme per costituire il partito? o per una raccolta idee, candidati, fondi, mezzi, quant'altro serve per mettere su un partito?

    data l'arroganza e la posizione di potere economico delle major, nonchè l'indignazione che creano in ognuno di noi gli arresti di "mamma pirata" & soci, non c'è bisogno che ve lo venga a dire io il risultato più probabile...

  • Il partito lo abbiamo già fondato! Anche se PI si ostina a non parlarne, siamo tutti informatici e programmatori...

    http://www.internetcrazia.org
    non+autenticato
  • Il sogno di Fogel


    di Carlo Formenti
    Il giovanotto che vedete nella foto qui accanto si chiama Karl Fogel, fa il programmatore e vive a Chicago. Ho appreso
    della sua esistenza attraverso la mailing list del sito Rekombinant, che, qualche giorno fa ha mandato in rete un
    estratto di un suo lungo articolo dal titolo "The Promise of a Post-Copyright World", liberamente scaricabile dal sito di
    Fogel. Incuriosito da alcuni passaggi, sono andato a leggere la versione integrale del testo e consiglio ai lettori di
    Quinto Stato di fare altrettanto, visto che si tratta del più bel documento sul tema della proprietà intellettuale che mi
    sia capitato di leggere da diversi mesi a questa parte.

    Viviamo momenti in cui anche coloro che lottano per difendere il ruolo della Rete come strumento di libero scambio di
    informazioni, notizie, idee e ogni genere di prodotto dell'ingegno umano - intimiditi dalla offensiva legale, culturale e
    politica dei crociati della proprietà intellettuale - sentono il dovere di premettere a ogni discorso che "nessuno intende
    mettere in discussione il sacrosanto diritto degli autori a godere di un adeguato compenso per la loro attività
    creativa". Finalmente leggo pagine in cui si dice a chiare lettere che tale diritto non ha nulla da spartire con
    l'istituzione del copyright, tanto che "abbandonare il copyright è non solo possibile, ma auspicabile", visto che i primi
    a beneficiare di un simile abbandono sarebbero proprio gli artisti, oltre a tutti coloro che ne consumano i prodotti.

    Occorre fare una premessa importante: il sogno di Fogel non riguarda la proprietà intellettuale in generale (il nostro
    amico, cioè, non confonde - al contrario degli estensori della famigerata Direttiva sull'eforcement europea - in un unico
    calderone copyright, brevetti, marchi), bensì la possibilità di un mondo senza copyright, istituzione di cui ricostruisce
    origini storiche ed evoluzione. Apprendiamo così che il copyright è figlio di una privatizzazione della censura di stato
    avvenuta nel XVI secolo, quando il governo inglese attribuì alla London Company of Stationers il monopolio sulla
    pubblicazione delle opere a stampa (e il compito di verificare l'ammissibilità politica dei relativi contenuti),
    preoccupato da eventuali usi "sovversivi" del nuovo medium.

    Quanto tuttavia, ai primi del Settecento, l'esigenza di una sempre più rapida, capillare ed efficiente distribuzione
    delle conoscenze finì per prevalere su quella del controllo governativo, gli Stationers si trovarono nella necessità di
    ricavarsi un nuovo ruolo. E visto che gli autori non erano in grado di affrontare da soli il costo economico della stampa
    e della distribuzione delle proprie opere, gli ex monopolisti della censura di stato si candidarono a diventare
    monopolisti dell'intermediazione fra autori e lettori. Così nacque l'argomento con cui ancora oggi viene difesa la
    proprietà intellettuale: l'autore ha un naturale diritto di proprietà su quanto scrive, ma tale diritto può essere
    tutelato solo se "trasferito" a un editore che ne garantisca l'effettivo esercizio.

    Pur sottolineando che il copyright è nato per tutelare gli interessi del distributore, Fogel riconosce che esso trova (o
    meglio trovava) giustificazione morale ed economica nel rischio d'impresa che l'editore-distributore si assume per
    produrre e distribuire contenuti che possono circolare esclusivamente su una qualche forma di supporto fisico. Ma tutto
    ciò viene a cadere dal momento in cui Internet offre la possibilità di distribuire le opere in un numero illimitato di
    copie praticamente a costo zero. "E' evidente", scrive Fogel, "che se il copyright non fosse già esistito, nessuno si
    sarebbe mai sognato di inventarlo oggi, visto che abbiamo appena costruito una gigantesca macchina per copiare (Internet)
    che, al tempo stesso, è anche uno strumento per comunicare e rende conveniente trasferire piccole somme fra le persone.
    Condividere è divenuta la cosa più naturale del mondo, e l'idea che ciò danneggi gli artisti è smentita ogni giorno dalle
    migliaia di nuovi lavori che appaiono online...".

    Occorre dunque riconoscere una volta per tutte che ciò che fa il copyright, non è tutelare gli autori - i quali si
    trovano oggi per la prima volta nelle condizioni di gestire autonomamente il proprio rapporto con il pubblico - bensì
    tutelare un modello di business che l'innovazione tecnologica ha reso obsoleto. L'industria culturale ha le sue buone
    ragioni per tentare di tenere comunque in vita questo modello, e non c'è dubbio che i due flussi di lavoro creativo -
    quello proprietario e quello free - siano destinati a convivere a lungo, ma non esiste alcuna ragione per cui il flusso
    proprietario debba conservare - attraverso leggi liberticide - un presunto "diritto al monopolio", che è figlio della
    censura del XVI secolo e della sua successiva trasformazione in modello di business.

    Forse sono verità banali, ma sarebbe meglio che nessuno di noi le dimenticasse per paura di essere giudicato troppo
    "radicale", o peggio complice dei "ladri di contenuti" protetti da copyright. Un eccesso di timidezza su questi temi
    rischia di tradursi in una capitolazione di fronte a quello che è il vero obiettivo delle crociate sul copyright:
    "educarci" all'idea che non esista alcuna differenza fra il furto di una bici e la copia non autorizzata di un testo o
    una canzone tutelati da copyright. Se questa cultura dovesse trionfare, paradossalmente la prima vittima sarebbe proprio
    il diritto di proprietà, che verrebbe sostituito da un "diritto di accesso" studiato per offrire all'industria culturale
    il potere antidemocratico di controllare il modo in cui l'utente-consumatore fruisce dei suoi prodotti.
    non+autenticato
  • per chi non e' pigro nella lettura ed e' piu interessato a CAPIRE piu che a schierarsi (prima di aver capito) l'articolo completo si puo trovare qui
    http://eprints.rclis.org/archive/00002760/02/fogel...

    in italiano

    Ciao e leggete prima di sparare cazzate immani!
    non+autenticato
  • Hanno mersso il loro server su un sistema windows piratato.


    non+autenticato

  • Per chi non lo sapesse, in italia ci siamo noi di Internetcrazia, il partito degli utenti di internet!

    http://www.internetcrazia.org
    non+autenticato
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