Yahoo passa un altro nome al regime cinese

Ancora polemiche sul ruolo del motore di ricerca nella cattura di numerosi dissidenti cinesi. Reporters Sans Frontieres accusa: Yahoo collabora regolarmente con le autorità sin dal 2003

Pechino - L'associazione Reporters Sans Frontieres si lancia nuovamente all'assalto di Yahoo!. Accuse al vetriolo per il motore di ricerca: la filiale cinese dell'azienda statunitense starebbe collaborando con il regime di Pechino ormai dal 2003. La sua responsabilità nella clamorosa cattura del giornalista dissidente Shi Tao, pertanto, sarebbe soltanto la punta dell'iceberg di una imbarazzante attività di repressione dei diritti umani.

"Già da molto tempo", accusa RSF in un comunicato ufficiale, "la divisione locale di Yahoo! ha consentito alle autorità cinesi di catturare vari dissidenti". E' il caso di Li Zhi, utente del forum online Boxun, catturato e condannato ad otto anni di reclusione per aver "tentato di sovvertire il sistema socialista".

Li Zhi, infatti, aveva usato Internet per denunciare pubblicamente la corruzione dilagante che ammorba molti tentacoli del Partito Comunista Cinese. Un passo troppo azzardato, ma fatto soprattutto con la gamba sbagliata: Li Zhi ha sempre inviato messaggi pubblici firmandosi con il proprio indirizzo email libertywg@yahoo.com.cn.
Da alcuni atti del processo, resi pubblici dal notiziario China Digital Times, emerge che "nel 2003, Yahoo Hong Kong Ltd ha fornito alla polizia tutto il profilo personale del'utente lizhi340100, in aggiunta ad alcuni allegati che includono dati sull'uso della sua casella di posta elettronica".

"Un episodio imbarazzante", espongono gli attivisti di RSF, "che mette in luce gli stretti legami tra Yahoo! e gli organi di polizia cinesi". I portavoce dell'azienda californiana hanno smentito ogni coinvolgimento diretto: "Le leggi locali ci costringono a fornire informazioni alle autorità", ha ribadito anche in questa occasione Mary Osako in un'intervista rilasciata ad AFP, "ed il governo cinese non è assolutamente tenuto ad informarci delle motivazioni che giustificano queste richieste".

Yahoo sostiene candidamente di avere eseguito gli ordini. "L'unico modo per stare in Cina, così come in altri paesi, è andare incontro alle loro esigenze legali e non fare resistenza alle richieste del governo", aggiunge Osako, "altrimenti siamo costretti ad andarcene". "Si tratta di falsità", incalzano con asprezza i membri di RSF, "perché Yahoo sapeva benissimo che tutte quelle informazioni sarebbero state utilizzate per colpire dissidenti ed avversari politici".

La resa dei conti per Yahoo, così come per gli altri grandi motori di ricerca americani impegnati in Cina, è stata fissata per il prossimo 15 febbraio: insieme a Google, Microsoft e Cisco, l'azienda di Sunnyvale dovrà riferire al Congresso USA del suo ruolo nella violazione dei diritti umani operata da Pechino. La censura del regime cinese, stando ai dati in mano ad RSF, ha portato alla sbarra ben 81 dissidenti e giornalisti per reati d'opinione.

Tommaso Lombardi
TAG: censura
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