L'Australia censura il videogioco dei graffiti

Non potrà essere commercializzato perché le pressioni politiche hanno intimorito l'ente che si occupa del rating dei videogiochi; graffitismo virtuale alla gogna

Sidney - L'Australia continua a distinguersi per una politica censoria nei confronti dei videogiochi a dir poco sorprendente. Dopo il salvataggio in corner di GTA San Andreas, adesso è il momento di una vera campagna di messa al bando orchestrata ai danni di Up: Contents Under Pressure. Un videogioco ad ambientazione metropolitana dove il giocatore è chiamato a destreggiarsi con la vita di strada fatta di combattimenti e graffitismo.

Classification Review Board (CRB), l'ente australiano che si occupa del rating dei videogiochi, mercoledì scorso, non ha voluto esprimere un giudizio sul prodotto, vietandone di fatto l'importazione, la commercializzazione e il noleggio. Una scelta che secondo i media locali è stata dettata dalle pressioni esercitate dal procuratore generale federale, Philip Ruddock. Proprio Ruddock, dopo aver scoperto che il videogioco in questione promuoveva il graffitismo, aveva richiesto al CRB di riconsiderare il bollino MA15+ (vietato ai minori di 15 anni) precedentemente apposto al prodotto.

"Sono profondamente deluso dell'operato del Australian Government Classification Review Board. Hanno censurato il mio videogioco semplicemente basandosi sul fatto che in qualche modo avrebbe potuto promuovere il crimine del graffitismo", si legge nella lettera redatta dal finanziatore del gioco Marc Ecko, e spedita all'ente di controllo.
Atari Australia, il distributore locale, ha confermato di volersi opporre al bando. "Stiamo valutando tutte le opzioni al momento. Se potremo appellarci lo faremo", ha dichiarato David Wildgoose, PR manager di Atari. Il videogioco sarebbe dovuto sbarcare nei negozi proprio entro la fine della settimana, ma vista la situazione è rimandato a una data imprecisata.

Nel CRB vi sono stati due voti a favore e due contro per il mantenimento della certificazione MA15+. Maureen Shelley, che ha partecipato alla votazione, ha ribadito che il gioco è di pura fantasia e certamente non promuove il crimine. Secondo indiscrezioni, il problema dell'età "avanzata" dei votanti avrebbe caratterizzato l'esito: la media è di 43,5 anni. Il rapporto sulla riunione, e quindi le giustificazioni per ogni presa di posizione, saranno rese pubbliche fra 28 giorni. Atari aspetterà di leggere il documento prima di attivarsi legalmente e coinvolgere Interactive Entertainment Association of Australia (IEAA), l'organizzazione che rappresenta gli interessi del settore videoludico. In caso di appello, la querelle verrà risolta presso il tribunale federale.

"Non è la prima volta che il comitato non trova un accordo su un videogioco, ma la prima che avviene perché qualcuno è dell'idea che possa promuovere il crimine", ha confermato Shelley. "Le motivazioni con cui vogliono giustificare la messa al bando sono ridicole. Se censurassimo i film che contengono azioni criminali opere come il Padrino non potrebbero essere viste. Il problema è che Classification Review Board non comprende tutto ciò che è tecnologico", ha dichiarato Cameron Murphy, presidente del NSW Council for Civil Liberties.

Il videogioco, inoltre, ha creato non pochi problemi negli Stati Uniti. In Florida e California alcuni politici hanno cercato di bloccarne la commercializzazione senza però raggiungere l'obiettivo.

Anche per alcuni utenti che hanno postato dei commenti sul blog del quotidiano Sidney Morning Herald l'operazione è sembrata di chiaro stampo politico. Tal Moebius ha fatto notare che il gioco aveva ricevuto il bollino MA15+ nello scorso novembre. Solo dopo l'interessamento del procuratore Ruddock sono nati i problemi. La maggior parte dei post concordano sul fatto che è un'azione ridicola, un sperpero di tempo a carico dei contribuenti e un gioco dai contenuti "leggeri" se confrontato con GTA.

E nelle ultime ore negli States si è scatenata un'altra battaglia proprio nei confronti del celebre titolo della Take-Two Interactive. Lo studio legale Milberg Weiss and Stull, Stull & Brody ha confermato di essere prossimo alla richiesta di una class action nei confronti degli azionisti dello sviluppatore di GTA. Le motivazioni sono le stesse di sempre: condotta illegale e fraudolenta ai danni dei consumatori per la presenza di contenuti espliciti e violenti nel videogioco. Il primo risultato è stato un'ennesima caduta delle azioni dell'azienda, che da quando sono scoppiate le prime cause ha perso almeno il 30% del suo valore. La domanda che affligge le notti insonni degli appassionati è una: ci sarà un nuovo GTA? E lo titoleranno "Phoenix" per essere riuscito a risorgere dalle ceneri della censura?

Dario d'Elia
TAG: censura
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