Pechino vieta P2P e sistemi antiDRM

Il governo cinese ha approvato le nuove norme che prevedono nuovi strumenti per la tutela del diritto d'autore su Internet. Multe salate per i pirati, illegali tutti gli strumenti che bypassano le protezioni sui contenuti

Pechino vieta P2P e sistemi antiDRMPechino - Come largamente anticipato dalle autorità di Pechino, la Repubblica Popolare Cinese ha finalmente approvato nuove norme in difesa della proprietà intellettuale, in seguito ad intense pressioni diplomatiche da parte degli Stati Uniti: a partire dal prossimo luglio, l'uso di dispositivi hardware o software per intaccare i sistemi di protezione anti-copia costituirà reato.

Come si legge sul Quotidiano del Popolo, organo stampa del Partito Comunista Cinese, "la riforma introduce il reato di violazione del copyright per quanto riguarda i prodotti digitali".
L'intenzione dei legislatori cinesi è di proteggere il mercato online dei contenuti digitali, messo a repentaglio dal vastissimo "mercato parallelo" della contraffazione made in China.

Non solo: la nuova legge prevede pene severe per tutti coloro che scaricano o condividono materiali protetti da copyright, utilizzando ad esempio Baidu, il motore di ricerca accusato di facilitare il download abusivo, oppure uno dei numerosi applicativi per il filesharing. In questo caso, le multe per gli utenti colti con le mani nel sacco potranno arrivare a 100 mila yuan, pari a circa 10 mila euro: una cifra astronomica, considerati gli stipendi medi di un lavoratore cinese.
La Cina ha poi importato ed autorizzato la pratica, tutta americana, delle cosiddette takedown notice: i detentori di copyright possono inoltrare una richiesta speciale agli ISP e costringerli, prima di una denuncia, alla cancellazione di eventuali contenuti protetti pubblicati da terzi non autorizzati. Lo stesso procedimento avrà validità per i link in uscita verso contenuti pirata: gli amministratori di siti web che pubblicheranno collegamenti ipertestuali a software, canzoni o film illegalmente distribuiti rischiano complicazioni penali.

Gli utenti rimangono comunque liberi di copiare o condividere qualsiasi tipo di contenuto per il quale hanno ottenuto una apposita autorizzazione da parte dei detentori di copyright: questo significa che la Cina spalanca le porte alla condivisione di contenuti di pubblico dominio o Creative Commons e getta le basi per un ipotetico sistema di gestione collettiva dei diritti d'autore.

C'è chi dice che la riforma approvata in queste ore sia la pietra tombale del comunismo cinese: nonostante l'unico partito politico al potere sia quello comunista, la tutela sempre più stringente della proprietà intellettuale contraddice in modo clamoroso gli ideali dell'utopia socialista, basata sull'abolizione della proprietà privata. La fine di un'epoca? Nel frattempo, i dissidenti del regime cinese continuano a piangere, schiacciati dalla repressione condotta nel nome della pesante eredità di falce e martello.

Tommaso Lombardi
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