Dindi per microproduttori di video digitali

Perché mettere gratuitamente su YouTube i propri contenuti autoprodotti, quanto Lulu.tv promette di pagarli in base al numero di visite totalizzate? Il servizio USA sperimenta un nuovo modello di business. Funzionerà?

New York (USA) - L'alternativa remunerata a YouTube, il servizio che permette l'invio e la condivisione di video autoprodotti, arriva dagli Stati Uniti e si chiama Lulu.tv. Attraverso il sito, i microproduttori possono distribuire i propri clip e sperare di guadagnare qualcosa. Non c'è trucco e non c'è inganno, garantiscono i promotori.

I soldi per il pagamento dei contenuti vengono presi da un fondo comune per gli autori, creato con l'80% del ricavato dovuto alla vendita di abbonamenti premium. I visitatori di Lulu.tv, un'azienda diretta dal creatore di RedHat Bob Young, potranno quindi decidere se accedere al sito con un abbonamento di 14,95 dollari al mese oppure in modalità gratuita. Le due tipologie di abbonamento offrono funzioni praticamente simili. La differenza sta nella possibilità, riservata agli abbonati "premium", di lucrare dalla partecipazione alla comunità digitale. Ciscun produttore remunerato può inviare fino a 10 clip al mese.

La ridistribuzione dei compensi per gli autori dei video sfrutta un criterio di proporzionalità piuttosto lineare: i produttori dei clip più apprezzati e popolari riceveranno percentuali di guadagno maggiore. Se questo modello dovesse funzionare, sostiene il New York Times, s'instaurerebbe una sorta di ecosistema di produzione audiovisiva altamente "meritocratico", basato direttamente sul feedback lasciato dagli stessi fruitori di contenuti.
"Su Internet ci sono canali infiniti", ha detto Young paragonando Lulu.tv ad una emittente televisiva tradizionale, considerata "limitata ed estremamente dispendiosa". La "filosofia" di Lulu, che trova applicazione anche nel campo dell'editoria, si basa invece sull'allargamento dell'offerta di contenuti, sfruttando il materiale prodotto dagli stessi destinatari del servizio.

Secondo gli analisti dell'istituto di ricerca Nielsen, l'idea alla base di Lulu.tv è entusiasmante: se questo insolito modello di business dovesse rivelarsi efficace, ha detto l'esperto Jon Gibs, Lulu.tv potrebbe espandersi ed eventualmente "diventare un sistema pay-per-view, qualora i contenuti fossero d'alta qualità".

Già, perché nonostante l'esoso prezzo da pagare pur di inviare materiale, questa soglia d'inclusione potrebbe evitare il fenomeno del video spam, relativamente nuovo: clip di pessima fattura o clip inadatti, messi su Internet soprattutto attraverso Google Video e YouTube.

Avrà successo? "È un esperimento", ha specificato Young, "e come tutti gli esperimenti deve essere condotto su un campione di soggetti piuttosto ristretto e bene inquadrato". C'è infatti da scommettere che soltanto un gruppo di videoproduttori realmente interessati sia disposto a pagare pur di guadagnare.

Nel frattempo, un'altra startup statunitense si è affacciata sulla scena dei video digitali autoprodotti. Si chiama Eefoof ed è un servizio simile a YouTube che paga i produttori di contenuti originali attraverso la suddivisione degli introiti pubblicitari. A seconda della popolarità di ogni singolo video, quantificata nel numero di visite, Eefoof calcola una percentuale sul totale degli incassi: questi soldi, garantiscono i portavoce, verranno pagati ai produttori attraverso PayPal.

La domanda è di rito: funzionerà davvero? Il numero delle aziende che negli ultimi mesi si sono tuffate in questo settore, secondo News.com, ha ormai superato quota 120: il mercato è sempre più saturo.

Tommaso Lombardi
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