mercoledì 19 luglio 2006

Italia, rischi globali per i professionisti IT

di Simone Brunozzi - Con una rapidità crescente l'ICT italiano si scontra con le nuove sfide globali: delocalizzazione, outsourcing, migrazione delle competenze. Lo scenario, i rischi, le possibili soluzioni

L'India, a dispetto delle "voci di corridoio", è ben lungi dall'essere una seconda Cina; tuttavia, in particolare nel settore ICT, sta diventando il serbatoio a basso costo per tutte quelle attività di servizi divenute ormai troppo costose nei ricchi paesi anglofoni (USA, UK, Australia in testa).
Il GDP (Gross Domestic Product, simile al "PIL" nostrano) indiano sta crescendo a ritmi del 9 per cento annuo, ma il vero motore di questa crescita è proprio il settore ICT, che sta invece crescendo con valori che in alcuni casi superano il 40 per cento.

Tutti i servizi immateriali per i paesi anglofoni possono essere forniti da indiani con un perfetto accento inglese (bastano solo quattro mesi di training), con competenze spesso superiori a quelle dei loro "colleghi" ricchi, ad una frazione del costo.
Fiutato ormai l'affare, le grandi compagnie ICT statunitensi stanno delocalizzando in India a colpi di miliardi.
Sono nati dei villaggi ICT come New Oroville, in cui schiere di tecnici vivono e lavorano con gli strumenti adatti ma con una frazione dello stipendio che percepirebbero in California.

Ora vi stupisco con un elenco dei servizi "generali" che sono già stati delocalizzati: call center di ogni tipo; operazioni di contabilità; supporto didattico (correzione esami,preparazione test); marketing telefonico; consulenze e azioni legali; progetti architettonici; progetti ingegneristici; progetti abitativi.
Ecco invece i servizi già delocalizzati che riguardano il settore ICT: creazione di software; assistenza remota su PC utenti; interventi sistemistici su reti, server, database; migrazione dati; inserimento dati (i cartacei vengono trasferiti fisicamente e poi restituiti) e scansione dati; consulenze per la privacy; gestione documentale; studi statistici su dati acquisiti; operazioni multimediali (montaggi video, elaborazioni fotografiche, montaggi audio). I nomi coinvolti sono DELL, Oracle, IBM, Microsoft, Sun, Intel, AMD, SAP, HP... e migliaia di altri. Già dal 2003 esiste la figura del "delocalization engineer".

Lascio alla vostra immaginazione quanti altri servizi saranno delocalizzati nei prossimi anni.

E l'Italia? La nostra "difesa" è stata finora la scarsa diffusione della lingua italiana, ma ormai ci attendono alla "frontiera" migliaia di tecnici competenti e "affamati" di stipendi per noi ridicoli.
Nei balcani e nel baltico stanno spuntando come funghi scuole di lingua per i tecnici locali (spesso per il tedesco e il francese), che vogliono migliori guadagni ma preferiscono rimanere in patria. Queste operazioni sono spesso supportate dalle grandi aziende, che cavalcano i nuovi entrati nella famiglia dell'Euro e i fondi comunitari destinati a progetti del genere.

Già alcuni call center vengono oggi delocalizzati in Albania (dove la TV italiana ha portato la nostra lingua tra i più giovani) e presto nella ex-Jugoslavia. Nei prossimi anni un numero sempre crescente di stranieri (soprattutto est-europei) sostituirà la manodopera italiana ad ogni livello. L'unica cosa sulla quale si può discutere non è se, ma quando.

La nuova guerra delle competenze umane
Lo scenario "apocalittico" purtroppo non si ferma qui: il problema non è soltanto la "migrazione" dei servizi all'estero ma soprattutto il futuro di quei professionisti che, in patria, si ritrovano senza un lavoro. Negli Stati Uniti, colpiti massicciamente da questa delocalizzazione, i tecnici locali stanno spendendo energie e denaro per specializzarsi sempre di più, riuscendo spesso a reintegrarsi in maniera proficua nel mercato del lavoro.

L'atteggiamento è sano: non potendo evitare la concorrenza agguerrita delle "teste" straniere, si cerca di sfruttare il vantaggio accumulato per elevare la propria competenza e tornare ad essere competitivi nel mercato del lavoro. Non è un caso che siti web di recruiting specializzato nel settore ICT come www.dice.com e www.linkedin.com (mi trovate qui) stiano riscontrando un enorme successo, segno che i protagonisti del settore ICT si affannano per rimanere al passo coi tempi.

In Italia, invece, si assiste ad un fenomeno di stagnazione davvero deprimente: l'unica vera reazione di cui sono capaci, loro malgrado, i professionisti nostrani, è la fuga verso paesi in grado di apprezzare economicamente le loro competenze. Il risultato, nel medio e lungo termine, sarà un graduale impoverimento delle elevate professionalità residenti in Italia. Le conseguenze dovrebbero essere nefaste per l'intera economia.
338 Commenti alla Notizia Italia, rischi globali per i professionisti IT
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  • .... e studiare. E pensare. E umilità.

    Basta vedere in Francia, Germania e nel Nord Europa quante case di sw ci sono, con prodotti worldwide "importanti".
    Me ne dite una italiana. Una sola, vi prego.

    E qui?
    PMI che si scannano sul gestionale, sul professionista, sull'ERP-CRM-integrazione di business "col-cacchio-che-va", su meravigliosi pacchi di analisi di prefattibilità, fattibilità, progetto da vendersi "'ntantarkilo", sul body-rent del body-rent del body-rent della risorsa senior max.24 anni 15 di esperienza a livello di project management java-dotnet-sap-j2ee.

    In una parola: FUFFA, ne più ne meno di molti altri settori.
    Guardate gli AD ed i board delle grandi industrie del SW mondiali. Troverete persone con le palle (vere) che hanno vissuto e respirato silicio ed economia.
    Qui? Per le poche "grandi" dell'IT ci sono i soliti 4 AD mestieranti che si rigirano pacchetti di controllo per speculazioni di gruppo e finanziarie a 6-12 mesi. Altro che progetti di lungo termine ed investimenti!!

    E il professionista cosa fa per difendersi in questo scenario? Fa partire la magnifica gara del "celopiùlungoio" degli albi professionali, tutti alla strenua ricerca del dott. ing. "granfarabutt." da mettere davanti al nome - come se ciò bastasse da solo a fare idee, prodotto, mercato, fatturato e valore "reale".

    Siamo dei pezzalculo. Io per primo.

    Buon lavoro, finché ce n'è.
    non+autenticato


  • > E il professionista cosa fa per difendersi in
    > questo scenario? Fa partire la magnifica gara del
    > "celopiùlungoio" degli albi professionali

    gli ingegneri informatici sono stati accettati nell'albo degli ingegneri edili

    dico accettati nel senso di fergati: gli edili con esame integrativo possono firmare i progetti informatici soffiandogli il lavoro

    ma non ho ancora letto che in Europa ci sia una associazione di informatici per un contratto collettivo, solo associazioni locali

    ma si sa la soldarietà viene solo con l'acqua alla gola...In lacrime

    non+autenticato
  • Se fino ad ora le aziende facevano profitti miliardari pagando stipendi decenti... con tutta questa delocalizzazione chi ci guadagna visto che i prezzi di vendita rimangono tali e quali??
    Solo il management???
    Che schifo...se ne accorgeranno anche loro..
    non+autenticato
  • ...costano meno ? Facciamo 2 conti (unità di misura fittizie):

    Sviluppatore indiano off-shore: 10/giorno
    Sviluppatore italiano on-site: 100/giorno

    Tempi di sviluppo:

    Sviluppatore indiano off-shore: 20 giorni/uomo
    Sviluppatore italiano on-site: 5 giorni/uomo

    Messa in produzione -> non funziona una mazza:

    Sviluppatore italiano chiamato in urgenza per risolvere il problema, incluse trasferte, straordinari, etc..:

    500/giorno

    Evviva l'outsourcing, che ci fa risparmiare !

    [Per risparmiare non si bada a spese (cit.)]

    (Liberamente tratto dalla mia esperienza triennale di project manager IT)
    non+autenticato
  • Il quadro è desolante ma io credo che con un po' di qualità in più potremmo dare filo da torcere a un sacco di "terzomondisti", passatemi il termine.
    Il problema sono le ditte che non sanno ancora quale sia il valore dell'informatica e dell'IT in generale.
  • Concordo: abbiamo ancora un indubbio vantaggio tecnologico e di competenze, che tuttavia si sta assottigliando; una pronta risposta è tutto ciò che serve ma, come scritto nell'articolo, una parte va fatta dalle imprese, e una parte dal governo.
  • L'articolo, catastrofista fino all'osso, porta situazioni già superate.

    I call center, almeno da 2 anni, le aziende che tengono ai clienti li stanno riportando in casa.

    Contabilità e altre attività delicate non vengono affidate all'esterno per problemi geo-politici e di sicurezza.

    Di hosting a basso prezzo ce ne sono molti, uno dei più famosi a livello mondiale lo abbiamo in Italia a Arezzo e non in India, in barba a quanto affermato.

    Uno dei più sicuri lo stiamo costruendo vicino a Milano.

    potrei continuare...
    non+autenticato
  • sinceramente posso capire l'atteggiamento che condivido di positività, ma bisogna anche comprendere che le situazioni citate sono mosche bianche in un amre di mediocrità e di mancanza di coordinamento del famigerato sistema Italia.....se lo avvistate da qualche aprte, prestategli soccorso, non ha più memori adi chi è e soprattutto di dove deve andare..come lo smemorato di cologno dell'esimio Fiorello
    non+autenticato
  • (Simone Brunozzi, autore dell'articolo)

    Non ho mai preteso di essere un veggente, quindi di certo quello che dico nell'articolo, per chi è ben informato come te, può risultare "vecchio".

    Il discorso dei call center invece è proprio come dico io: la tendenza è portarli fuori. Non capisco perchè dici il contrario.

    Aruba è una grande realtà, ma non paragoniamola coi BIG mondiali... e cmq io non parlo di semplice hosting.

    Quello di Milano di cui parli... quale è? Sono curioso.

    Ciao
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