L'India, a dispetto delle "voci di corridoio", è ben lungi dall'essere una seconda Cina; tuttavia, in particolare nel settore ICT, sta diventando il serbatoio a basso costo per tutte quelle attività di servizi divenute ormai troppo costose nei ricchi paesi anglofoni (USA, UK, Australia in testa).
Il GDP (Gross Domestic Product, simile al "PIL" nostrano) indiano sta crescendo
a ritmi del 9 per cento annuo, ma il vero motore di questa crescita è proprio il settore ICT, che sta invece crescendo con valori che in alcuni casi superano il 40 per cento.
Tutti i servizi immateriali per i paesi anglofoni possono essere forniti da indiani con un perfetto accento inglese (bastano solo quattro mesi di training), con competenze spesso superiori a quelle dei loro "colleghi" ricchi, ad una frazione del costo.
Fiutato ormai l'affare, le grandi compagnie ICT statunitensi stanno delocalizzando in India a colpi di miliardi.
Sono nati dei
villaggi ICT come New Oroville, in cui schiere di tecnici vivono e lavorano con gli strumenti adatti ma con una frazione dello stipendio che percepirebbero in California.
Ora vi stupisco con un elenco dei servizi "generali" che sono già stati delocalizzati: call center di ogni tipo; operazioni di contabilità; supporto didattico (correzione esami,preparazione test); marketing telefonico; consulenze e azioni legali; progetti architettonici; progetti ingegneristici; progetti abitativi.
Ecco invece i servizi già delocalizzati che riguardano il settore ICT: creazione di software; assistenza remota su PC utenti; interventi sistemistici su reti, server, database; migrazione dati; inserimento dati (i cartacei vengono trasferiti fisicamente e poi restituiti) e scansione dati; consulenze per la privacy; gestione documentale; studi statistici su dati acquisiti; operazioni multimediali (montaggi video, elaborazioni fotografiche, montaggi audio). I nomi coinvolti sono DELL, Oracle, IBM, Microsoft, Sun, Intel, AMD, SAP, HP... e migliaia di altri. Già dal 2003 esiste la figura del "delocalization engineer".
Lascio alla vostra immaginazione quanti altri servizi saranno delocalizzati nei prossimi anni.
E l'Italia? La nostra "difesa" è stata finora la scarsa diffusione della lingua italiana, ma ormai ci attendono alla "frontiera" migliaia di tecnici competenti e "affamati" di stipendi per noi ridicoli.
Nei balcani e nel baltico stanno spuntando come funghi scuole di lingua per i tecnici locali (spesso per il tedesco e il francese), che vogliono migliori guadagni ma preferiscono rimanere in patria. Queste operazioni sono spesso supportate dalle grandi aziende, che cavalcano i nuovi entrati nella famiglia dell'Euro e i fondi comunitari destinati a progetti del genere.
Già alcuni call center vengono oggi delocalizzati in Albania (dove la TV italiana ha portato la nostra lingua tra i più giovani) e presto nella ex-Jugoslavia. Nei prossimi anni un numero sempre crescente di stranieri (soprattutto est-europei) sostituirà la manodopera italiana ad ogni livello. L'unica cosa sulla quale si può discutere non è
se, ma
quando.
La nuova guerra delle competenze umaneLo scenario "apocalittico" purtroppo non si ferma qui: il problema non è soltanto la "migrazione" dei servizi all'estero ma soprattutto il futuro di quei professionisti che, in patria, si ritrovano senza un lavoro. Negli Stati Uniti, colpiti massicciamente da questa delocalizzazione, i tecnici locali stanno spendendo energie e denaro per specializzarsi sempre di più, riuscendo spesso a reintegrarsi in maniera proficua nel mercato del lavoro.
L'atteggiamento è sano: non potendo evitare la concorrenza agguerrita delle "teste" straniere, si cerca di sfruttare il vantaggio accumulato per elevare la propria competenza e tornare ad essere competitivi nel mercato del lavoro. Non è un caso che siti web di recruiting specializzato nel settore ICT come
www.dice.com e
www.linkedin.com (mi trovate
qui) stiano riscontrando un enorme successo, segno che i protagonisti del settore ICT si affannano per rimanere al passo coi tempi.
In Italia, invece, si assiste ad un fenomeno di stagnazione davvero deprimente: l'unica vera reazione di cui sono capaci, loro malgrado, i professionisti nostrani, è la fuga verso paesi in grado di apprezzare economicamente le loro competenze. Il risultato, nel medio e lungo termine, sarà un graduale impoverimento delle elevate professionalità residenti in Italia. Le conseguenze dovrebbero essere nefaste per l'intera economia.