Radio Radicale: le Creative Commons van rispettate

Una lunga sequela di eventi porta alla ribalta le trasmissioni web delle riunioni della direzione di un partito politico italiano, diffuse via CC. I grandi media sembrano ignorare le licenze libere. Mentre qualche blogger ci scherza su

Radio Radicale: le Creative Commons van rispettateRoma - La trasparenza non paga. O almeno non sempre. Questo è quello che devono aver pensato i vertici di Radicali Italiani nei giorni in cui è stato montato dentro e soprattutto fuori dalla rete un caso politico legato alla diffusione su Internet delle trasmissioni audio e video dei vertici del partito politico. Un caso che mette al centro la trasparenza, l'uso delle licenze Creative Commons, i blog, la legalità e la libertà di espressione.

Rapidamente i fatti: nell'ultima riunione del vertice del Partito a fine ottobre, diffusa come tutte le altre da RadioRadicale.it, i più noti esponenti di quel movimento (Marco Pannella, Emma Bonino e Daniele Capezzone) danno in escandescenze, apparentemente poco interessati al fatto che certe dichiarazioni e battute siano destinate ad essere viste da molti, anzi da moltissimi. Già, perché poche ore dopo la pubblicazione online di quei materiali, di quanto accaduto si parla sul sito radicale FaiNotizia tanto che il tutto finisce su Il Giornale.

Un articolo che non va a genio a Pannella che in una dichiarazione a breve giro di posta ironizza sullo "scoop" del Giornale sottolineando che la trasparenza sulle attività politiche sia da sempre caratteristica radicale e che non è certo una novità la presenza online delle direzioni del Partito. Ma poche ore dopo Corriere.it riprende l'accaduto in home page, linkando direttamente alla "puntata" della direzione politica tanto che, segnalano a PI quelli di Radio Radicale, il sito va giù per alcune ore, non riuscendo a rispondere a tutte le visite in arrivo.
Ma non finisce qui. Nel frattempo un blogger italiano, Daw, realizza con i materiali di quella direzione un video satirico piuttosto divertente che pubblica su YouTube, un video che viene ripreso immediatamente sia da Repubblica che dal Giornale e che finisce anche in televisione, sul tg Studio Aperto di Italia1.

"Nessuno - dice a PI Radio Radicale - sottolinea né il dato della pubblicità resa possibile da internet, anche a distanza di tempo e spazio, né il fatto che il video (quello della direzione, ndr.) sia disponibile, scaricabile, e rilasciato con licenza Creative Commons. Nessuno cita la fonte, unico obbligo imposto dalla licenza prescelta da RadioRadicale.it per le decine di migliaia di registrazioni di tutti gli eventi politici".

A quel punto, lo racconta lo stesso Daw, uno dei responsabili della Radio, Diego Galli, scrive a Daw chiedendogli di pubblicare con il video anche la fonte dei materiali, in rispetto delle Creative Commons. La Radio da un lato intende far rispettare le CC e dall'altro teme che la mancanza della fonte non consenta, a chi volesse saperne di più, di vedere il video originale online. Dopo un giorno Daw pubblica la fonte di quei contenuti ma, non soddisfatta dalla presenza del solo link a Radio Radicale e non del link al video originale, la Radio decide di far scrivere al blogger italiano dai propri legali, intimando la pubblicazione di una più estesa dichiarazione sulle CC comprensiva di link diretto. A questo punto Daw, come si può leggere sul suo sito, decide di rimuovere il video e di accusare Radio Radicale di censura.
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