Turing e i Bio-computer

Uno scienziato israeliano sostiene che fra qualche decina di anni potrebbero nascere i primi computer biologici su cellule umane in grado di monitorare il nostro stato di salute

Rehovot (Israele) - Informatica e biologia sono due campi scientifici destinati ad amalgamarsi sempre più e partorire, in futuro, inquietanti simbiosi. Ma sarebbe errato pensare solo a tecniche che tentino di legare la carne al freddo silicio: i rami più interessanti della scienza sono quelli che tentano di portare nel mondo "vivente", organico, i concetti e le tecniche dell'informatica.

Un esempio molto interessante è dato dagli studi pubblicati sulla rivista New Scientist dal matematico e informatico israeliano Ehud Shapiro, ricercatore presso lo Weizmann Institute of Science di Rehovot. Saphiro afferma che in futuro potrebbe essere possibile applicare, all'interno delle cellule umane, dei microscopici computer biologici in grado di comportarsi come dei piccoli dottori del corpo umano, segnalando disfunzioni (ad esempio colorando opportunamente l'urina) ed, eventualmente, prendendo provvedimenti (ad esempio rilasciando molecole in grado di respingere alcuni tipi di batteri). Questi piccoli computer biologici, formati da "mattoni" molecolari, sarebbero in grado di comportarsi alla stessa stregua di una macchina di Turing.

Una macchina di Turing altro non è che un dispositivo ideale capace di svolgere qualunque funzione computazionale gli venga sottoposta per mezzo di una sequenza di istruzioni (programma).
Secondo Saphiro questo concetto potrebbe essere applicato alla biologia attraverso l'utilizzo di semplici composti molecolari, come gli amminoacidi, adatti a simulare il funzionamento di una macchina di Turing attraverso la lettura di un programma "chimico" contenuto all'interno della struttura di una specifica molecola e capaci di "elaborare", in risposta, un'altra molecola. Egli afferma che questo processo è similare a quello utilizzato dalla cellule viventi per generare le proteine attraverso le informazioni contenute nella catena del DNA: quest'ultimo può infatti ben essere paragonato ad un programma.

Lo scienziato crede che in un tempo stimato fra i 20 ed i 50 anni i biologi potrebbe avere una conoscenza abbastanza approfondita nella programmazione di una cellula per costruire i primi codici di programma simili a catene di DNA.

Su queste ipotesi il mondo accademico sembra spaccato in due fra scettici ed ottimisti. In teoria sembra tutto possibile, ma in pratica la biologia deve ancora fare passi da giganti per arrivare a simili risultati e non è detto che vi arrivi entro la fine del secolo. Non resta che accontentarsi, per ora, delle nostre povere, obsolete cellule.

Alessandro Del Rosso
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