California, nuovi paletti per la diffamazione online

Un tribunale locale assolve una donna dal reato di diffamazione: le parole che ha citato sul proprio sito non sono sue, e la responsabilità deve ricadere esclusivamente sugli autori originali

Los Angeles - Esultano gli attivisti delle libertà digitali: la responsabilità di affermazioni diffamanti riportate in rete non può ricadere su chi si limita a riferire parole altrui, né sui servizi che danno la possibilità di esprimere liberamente opinioni online, per quanto esse possano risultare offensive o diffamatorie. Il caso dell'avv. Ilena Rosenthal, portata in tribunale per aver trascritto sul web un'email presumibilmente offensiva, e ora assolta, avrebbe potuto avere ripercussioni nefaste per la libertà di espressione in rete, dicono le associazioni pro-diritti digitali.

La querelle, riferisce AP, è nata da una missiva elettronica scritta da Tim Bolen e inviata all'avvocato Rosenthal, promotore di cure mediche omeopatiche e gestore di diversi gruppi di discussione. La mail conteneva alcune invettive contro i medici Terry Polevoy e Stephen Barrett, dello stato della Pennsylvania, autori di un sito web dedicato alle frodi sanitarie. La denuncia alla Rosenthal è scattata dopo che la suddetta aveva pubblicato la missiva su due newsgroup, nonostante fosse stata avvertita da Polevoy e Barrett circa la falsità del suo contenuto.

Dopo una prima assoluzione in appello e una successiva condanna in secondo grado, la Corte Suprema dello stato della California ha infine sentenziato che, in rispetto al Communications Decency Act del 1996, gode della piena immunità dalle accuse di diffamazione chiunque pubblichi informazioni su Internet riprese da un'altra fonte.
"La prospettiva della piena immunità per coloro che redistribuiscono intenzionalmente affermazioni diffamatorie su Internet ha delle implicazioni preoccupanti", scrive Justice Carol A. Corrigan nella decisione presa a maggioranza dalla corte giudicante, "e tuttavia, la piena immunità è necessaria a proteggere la libertà di espressione in rete e ad incoraggiare l'auto-regolamentazione, così come deciso dal Congresso".

In occasione del processo, molti big della rete, inclusi Amazon.com, America Online, eBay, Google, Microsoft e Yahoo!, avevano preso le parti della Rosenthal, temendo di poter diventare facile bersaglio di querele e denunce qualora l'Alta Corte si fosse pronunciata a suo sfavore.

Del tutto insoddisfatti gli avvocati di Polevoy e Barrett, che hanno rilasciato commenti al vetriolo: "Quello che in sostanza fa la decisione è promuovere la distribuzione di materiale offensivo, cosa che io non posso immaginare che il Congresso avesse mai avuto intenzione di fare".

Di parere opposto Electronic Frontier Foundation: secondo la celeberrima associazione per i diritti digitali la decisione della Corte "ha riaffermato il concetto cruciale che il palco usato per fare affermazioni al pubblico non è responsabile per ciò che l'oratore afferma". Ann Brick, avvocato della divisione locale di American Civil Liberties Union, ha aggiunto: "Qualunque altro verdetto avrebbe inevitabilmente finito per restringere la libertà di parola su Internet".

Sul suo blog l'avv. Daniele Minotti pubblica una breve segnalazione su questa vicenda.

Alfonso Maruccia
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