PI: Ipotesi formulate da associazioni dei consumatori ed altri si basano anche sul fatto che una distribuzione di contenuti online ucciderebbe il mercato delle registrazioni realizzate dalla stessa Rai e vendute su DVD o ritrasmesse su canali satellitari. Il contratto di servizio non parla della messa online di tutti i contenuti, come si era ipotizzato inizialmente, ma solo di una selezione. Le ipotesi sono fondate? P.G.: Occorre ricordare che la RAI dispone di un'ampia varietà di contenuti, finanziate con strumenti diversi, si pensi al canone, alla pubblicità, ma anche alla vendita dei biglietti in sala per le opere cinematografiche. Inoltre, tali contenuti hanno anche destinazioni commerciali diverse, pienamente legittime. Ora, anche volendo,
la RAI non dispone necessariamente dei diritti di diffusione sul web per tutti questi contenuti. La necessità di limitare i contenuti che la RAI metterà in rete ad una "selezione" deriva da questa semplice considerazione.
Ovviamente, compatibilmente con la propria mission, la RAI deve assicurare che questa selezione non sia semplicemente una presenza simbolica. Tendenzialmente ci si aspetterebbe che la RAI metta in rete per lo meno una buona parte di quei contenuti che sono finanziati dal canone e che sono primariamente destinati ad una fruizione televisiva. Piuttosto, dobbiamo capire come valorizzare molte opere audiovisive del passato che, per problemi di diritti, non possono essere ancora fruite sulla rete.
Sappiamo che Internet rappresenta soprattutto un'opportunità di valorizzazione della cosiddetta "long tail" degli archivi, fornendo agli utenti la possibilità di accedere a contenuti che altrimenti non troverebbero spazio sui mezzi di trasmissione tradizionali. Tra questi vi sono soprattutto le opere audiovisive che costituiscono il patrimonio della storia televisiva del paese. Da questo punto di vista, dobbiamo pensare ad un intervento di
razionalizzazione del diritto d'autore e più in generale del copyright sulle opere, che tra l'altro, dovrà consentire di sbloccare tanti diritti che oggi non possono essere sfruttati.
PI: Tra le conseguenze più vistose per lo sviluppo di Internet in Italia nella messa in rete dei contenuti RAI vi è la neutralità della rete: se i contenuti sono accessibili dalle piattaforme RAI, infatti, tutti devono potervi accedere alle medesime condizioni, senza discriminazioni di utenti e operatori, con il presupposto di un'infrastruttura broadband capillarmente accessibile da tutti. I nuovi contenuti saranno accessibili attraverso dei "concessionari" o solo attraverso RAI? Una scelta o l'altra può far pendere da una parte, o dall'altra, la questione della neutralità.P.G.: Questo è un tema cruciale per uno sviluppo equilibrato delle reti in Italia, tanto più in relazione all'obiettivo che ci siamo dati di superamento del digital divide entro fine legislatura. Fino ad oggi, la RAI, compatibilmente con un approccio sperimentale, si è mossa con operazioni ad hoc. Ora, è chiaro che, nel rispetto della propria mission multimediale di servizio pubblico,
sarà importante che la RAI sviluppi approcci non discriminatori verso gli operatori della rete, siano essi portali o ISP, soprattutto per quanto riguarda lo sfruttamento delle opere che sono finanziate con il canone. Anche questo è un tema che ritengo giusto discutere in Commissione di Vigilanza.
PI: Qualche malalingua sospetta che le future iniziative RAI in rete siano anche un modo per "ricontestualizzare" il canone televisivo. In un mondo in cui soprattutto i giovani lasciano sempre più spesso la televisione in favore di Internet, c'è bisogno di rincorrere la rete per garantire che chi dispone di accesso a Internet paghi il canone? La questione non è peregrina: a Punto Informatico l'Agenzia delle Entrate ha fatto sapere che deve pagare il canone RAI, già oggi, chiunque disponga di un apparecchio anche "astrattamente adattabile". Ecco: le novità RAI puntano anche a rendere più digeribile l'invisa gabella del canone al popolo della rete? P.G.: Direi che è vero il contrario. Il canone acquisisce legittimità se il servizio pubblico si muove al passo con i tempi e quindi dimostra di essere in grado di operare anche sulle nuove piattaforme distributive. La vera questione è in realtà un'altra e riguarda il recupero dell'evasione, funzionale soprattutto ad una riduzione della dipendenza della RAI da fonti di ricavo, come quelle pubblicitarie, che tendono inevitabilmente a snaturare la missione di servizio pubblico. Su questo, le linee guida di riforma della RAI che ho presentato puntano proprio a chiarire in maniera inequivocabile cosa è finanziato dal canone da ciò che è finanziato dalla pubblicità, in linea con ciò che accade nell'esperienza degli altri maggiori paesi europei.