Federalismo digitale, tra banda larga e sviluppo

di Paolo Zocchi (Consigliere per l'Innovazione del Ministro Aff. Regionali) - Dagli investimenti a pioggia al nuovo federalismo digitale: le strategie governative per l'innovazione negli enti locali

Roma - Sei anni fa, in seguito all'entrata in vigore del nuovo Titolo V della Costituzione, l'idea di federalismo digitale, in altre parole, l'opportunità che le nuove tecnologie avrebbero offerto alla trasformazione del rapporto tra cittadini e amministrazioni territoriali proprio in virtù di un decentramento da molto tempo atteso, cominciò a diventare una sorta di parola d'ordine tra gli addetti ai lavori e, in molti sensi, una sorta di "ideologia". Si credette, insomma, che il combinato disposto tra sistema decentrato e crescita della tecnologia, avrebbe, di per sé, generato un flusso positivo e che questo avrebbe, senza interventi esterni, creato quella "Società Informazionale" di cui già allora scriveva Castells.

Quello che avvenne in seguito lo sappiamo tutti: la grande quantità di denaro pubblico dedicata all'innovazione fu utilizzata principalmente per avviare progetti poco coordinati tra loro, con un criterio di pura immissione di energia, pensando che un motore potesse funzionare non immettendo benzina nel serbatoio, ma semplicemente spargendovela sopra: ergo non solo il motore non funziona ma presto la benzina evapora e si resta per strada.

Oggi del federalismo digitale rimane ben poca traccia, almeno in quella accezione: da tutte le parti si concorda ormai che l'investimento a pioggia non ha funzionato e che sarà necessario prevedere un nuovo metodo, più focalizzato e coordinato, forse più guidato a livello centrale, ma maggiormente rispettoso del fatto che autonomia e federalismo non significano deriva e mancanza di regia. In questo senso è necessario trasformare il concetto da ideologia in azione concreta ed è ciò che, al momento, si sta tentando di fare con l'azione governativa nel settore dell'innovazione locale. Ma andiamo con ordine.

I risultati delle varie indagini di settore, così come la messe di comunicati stampa che ogni giorno annuncia l'avviamento di nuove azioni a livello locale, fornisce lo spaccato di un Paese dai mille campanili ove alla best practice si associano situazioni di sottosviluppo tecnologico. Un Paese che si ritrova, a causa di un processo federalista scarsamente ragionato nella scorsa legislatura, con realtà locali che operano come piccoli stati. Insomma, quello che sta avvenendo sembra essere un insieme di annunci, qualche sperimentazione, alcune eccellenze, molte voragini, diverse situazioni locali che possono avere un buon riscontro, ma poco di coordinato e di monitorato: l'eccellenza locale, in altre parole, non riesce quasi mai a trasformarsi in competitività del sistema nazionale.
Il piano di sviluppo della banda larga può costituire un elemento di riscontro a quanto detto. Sul tema la sensazione è che vi sia un po' di confusione e che forse sarebbe il caso di cominciare proprio dal rimettere le mani su questa ingarbugliata matassa di soluzioni sparse nella nazione, investimenti poco calibrati, piani operativi buoni per un territorio ma assolutamente slegati da una visione di insieme.

Tra le questioni che sottendono la diffusione dello strumento c'è il problema che lega la diffusione della banda larga al digital divide o per meglio dire, al digital divide infrastrutturale. Il territorio nazionale è per tre quarti servito da ADSL ma solo un settimo dei cittadini lo usa effettivamente. In relazione a questo, c'è poi da considerare il ruolo dell'incumbent le cui politiche, oggi, almeno stando alle dichiarazioni, vedono una copertura del territorio e della popolazione al 98% con ADSL entro il 2008. Uno sforzo industriale di grande impatto che merita attenzione e necessita una verifica puntuale, una visibilità, operativa e di metodo, maggiore di quella che ha avuto sinora.

Infine, cosa forse ancora più significativa, vi è il ruolo strategico delle Regioni (e in parte anche degli altri livelli della governance locale), che hanno investito diverse centinaia di milioni di euro in connettività, producendo una quantità elevatissima di best practice, mai trasformate in un sistema nazionale coerente. E sono tre le ragioni per le quali esse costituiscono, oggi, lo snodo fondamentale, in termini di metodo, della diffusione della banda larga: nelle Regioni ci sono le maggiori risorse, dalle Regioni può partire una efficace negoziazione locale coi carrier e infine sono le Regioni che devono farsi carico, in cooperazione con il Governo centrale, di una pianificazione nel tempo delle proprie infrastrutture di connettività.

A fronte dell'esempio posto (ma molti altri ce ne sarebbero), ciò che traspare è la necessità di una visione condivisa tra Stato e Enti Locali. L'innovazione, parliamoci chiaro, non è un'arma cieca che punta a caso sul bersaglio nazionale, ma un processo faticoso di concertazione che delinea, a molte mani, i contorni di un disegno generale. Lo sforzo che stiamo facendo, come Commissione Permanente sull'innovazione tecnologica nelle Regioni e negli Enti locali, sia coi tavoli di concertazione, avviati con le autonomie locali, sia per quanto riguarda l'idea più generale di federalismo che stiamo portando avanti, è quella di garantire processi decisionali e attuativi di effettiva realizzazione in un quadro di sviluppo nazionale coerente.

Fondamentale resta dunque una nuova definizione del concetto di federalismo digitale. Lo sviluppo della Pubblica Amministrazione online, in forma federale, necessita di un rapporto dialettico tra autonomia e coordinamento, che deve equilibrare funzioni e luoghi di attuazione dei processi innovativi. Le ICT si inseriscono come volano del decentramento in quanto garantiscono la definizione di standard comuni, da applicare ai contesti specifici, e consentono modalità sofisticate, in un'ottica economica, di coordinamento e cooperazione a distanza, di avvicinamento dell'utente ai servizi. Sotto l'aspetto amministrativo, dunque, questo processo dovrà tradursi sempre di più in una forte autonomia ai territori, nel quadro di un'accorta, costante e strutturata regia centrale. Ciò che resta da fare è attuare concretamente queste idee.

Paolo Zocchi

Nota: Paolo Zocchi è Consigliere per l'Innovazione del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali
5 Commenti alla Notizia Federalismo digitale, tra banda larga e sviluppo
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  • Sono o non sono un servizio pubblico?
    OK sono una SPA ma partecipata al 65% Ministero dell'Economia e delle Finanze e per ilrestante 35% dalla Cassa Depositi e Prestiti Spa LA QUALE A SUA VOLTA e' per il 70% appartenente al Ministero dell'Economia e delle Finanze... e per il restante 30% ad azionisti privati (banche, fondazioni ecc.).
    Si fa presto a trasformare la ragione sociale di un ente trasformandolo in un azienda e a svincolarsi da ogni responsabilita', tanto ci pensa "il Mercato"...
    Le POSTE sono un servizio PUBBLICO con azionista oltre il 90% lo STATO in regime di MOPNOPOLIO X tanti servizi, per esempio (e qui' veniamo al punto in TOPIC con l' argomento) la trasmissione di lettere, raccomandate ecc.: il servizio ON-Line, quello attraverso il canale internet e' possibile solo se Il file e' in formato doc, txt, tif, xls o jpg... ci sarebbe anche rtf ma la formattazione fatta con strumenti MS spesso differisce da qualla fatta con altri strumenti non garantendo sufficente fedelta'. Niente formati aperti, nemmeno un misero PDF che per lo meno garantirebbe la frdelta' nella formattazione, certamente ben superiore ai DOC e XLS di Microsoft.
    Insomma se non ho almeno Office '97 installato non ho la garanzia che cio' che invio sara' fedelmente stampato x il destinatario.
    Questo e' il concetto di interoperabilita' delle nostre istituzioni. Poi chiamano un' azienda pubblica "azienda X SPA" e se ne lavano le mani. Cosi' faranno per tutti gli altri entie aziende che forniscono unservizio pubblico quando le privatizzeranno.
  • "Il territorio nazionale è per tre quarti servito da ADSL ma solo un settimo dei cittadini lo usa effettivamente."

    Scusate, ma quando leggo queste affermazioni mi viene da ridere. Si parla di percentuali di copertura ma non si parla mai della qualità della copertura già raggiunta. Non si sente mai parlare di "Banda Minima Garantita". La rete è in sovraccarico, è vecchia, non ci sono investimenti sufficienti. Una infrastruttura da terzo mondo.

    Basta sentire le lamentele degli ultimi mesi su malfunzionamenti a macchie di leopardo per convincersi che ci sono grossi problemi dove è *già* arrivata.

    E si continua a parlare di copertura percentuale... bah!

    Ma chi decide, usa Internet?

    Matteo
    non+autenticato
  • Esatto hai detto bene dov'e' la qualita',come si puo' pensare di attivare online certi servizi con la struttura attuale che ha l'italia perche' poi giustamente non si mettono certi operatori con le spalle al muro invece di tutelarli ancora a discapito dell'utente comune,il canone che si e' pagato sino ad oggi a telecom italia a cosa e' servito se non ad incrementare il fatturato della stessa,in quanto oramai sono decenni che non vengono fatti interventi strutturali sulla rete,ora cercano di promuovere l'iptv ma mi domando con quali risorse se ad oggi non esiste un operatore in grado di fornirti una connessione a 4Mbit ma che siano 4Mbit,quello che concludo e' che il governo sia di destra o di sinistra non cambia nulla,mi ricordo l'allora ministro del governo di CD che disse entro il... cablero' l'italia,forse se lo era sognato poiche' come siamo messi ad oggi e' alla luce di tutti,il governo di oggi poi lasciamo perdere era troppo occupato a creare balzelli di ogni genere per noi poveri italiani.

    Che manica di cialtroni tra tutti.
    non+autenticato
  • Quello di cui si sente la mancanza e' un modo semplice, coerente e consistente per interfacciarsi con le applicazioni.

    Se queste rimangono chiuse a livello locale, limitandosi al piu' a fornire una paginetta web, i benefici che portano in termini di efficienza ed efficacia rimangono limitati al singolo Ufficio.
    E' come una ruota di un ingranaggio che non ingrana con nessun'altra ruota, girando praticamente a vuoto.

    Insomma, manca la solita visione d'insieme.

    Supporto di base devono essere gli standard e i formati aperti, che so, XML e ODT tanto per dirne.

    Infine, ci vorrebbe un tavolo di definizione delle esigenze comuni a tutti, per sviluppare soluzioni con le risorse interne: se la PA non ha i soldi per la carta igienica, perche' dovrebbe finanziare ennemila soluzioni diverse (esterne e magari proprietarie, cosi' da vedersi legati per sempre al produttore) per una stessa comune esigenza?
    Per le esigenze specifiche, si puo' procedere in qualsivoglia modo.
    A fianco del tavolo, una task force che valuti la fattibilita' e proceda con la gestione della realizzazione. Evitando l'uso di tecnologie astruse e costose e/o vincolate ad un singolo fornitore/proprietario, ovviamente. KISS.

    Eccetera.

    Certo, questo si scontra con lo storico problema della PA: l'assenza di valorizzazione delle proprie risorse (umane in primis) e la sconosciuta pratica della meritocrazia...
    Una realta' in cui vince chi riesce a fare di meno, non e' proprio il contesto ideale per innescare un circolo virtuoso.

    k1
    non+autenticato