P2P? Un rischio per la sicurezza nazionale

Ad affermarlo è nientedimeno che l'Ufficio americano dei marchi e dei brevetti, secondo cui se non si analizzano meglio le piattaforme di condivisione, dati e file riservati, anche governativi, saranno sempre più a rischio

Washington - C'è dell'evidente allarmismo in un nuovo report generato dagli esperti dello US Trademark and Patent Office, un report che prende di mira il peer-to-peer, sostenendo che la sua diffusione può rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale.

Nel report, disponibile qui in PDF, si sostiene che un eventuale uso di software di file sharing su computer governativi, esattamente come avviene anche su molti computer privati, potrebbe compromettere file e dati riservati. E questo perché le capacità informatiche degli utenti non sono sempre all'altezza e una cattiva configurazione dei programmi può portare a condividere molte aree del disco del proprio computer che si vorrebbero invece mantenere lontane da occhi indiscreti. Un problema noto, anzi notissimo, che però secondo USPTO avrebbe già dovuto mettere in guardia le amministrazioni statunitensi.

Ciò che colpisce nel report, come sottolineano in tanti, è l'assenza di una chiara presa di posizione contro le scarse misure di sicurezza implementate a tutti i livelli di Governo: gli States hanno ormai una fama di paese nel quale si perdono, o vengono rubati, milioni di dati personali proprio dalle agenzie governative, e non tramite P2P.
Significativo anche il titolo del rapporto, Programmi di file sharing e funzionalità tecnologiche per indurre gli utenti a condividere, un titolo che richiama la lunga tirata inserita nel testo contro la condivisione di opere protette da diritto d'autore, una pratica che segna un epoca di regressione sotto il profilo del diritto, a detta di USPTO.

Va anche detto che le analisi del rapporto sono focalizzate su specifiche piattaforme, ovvero LimeWire, Bearshare, Kazaa, Morpheus ed eDonkey, alcune delle quali sono oggi molto meno utilizzate di un tempo. Ma ancora più interessanti sono le domande che si pongono gli autori del rapporto: i creatori dei sistemi di file sharing hanno operato intenzionalmente per far sì che file e dati personali venissero condivisi "per errore"?

Tra le varie chicche del report, anche la tesi più o meno esplicita secondo cui ponendo questi software in mano a chiunque, anche a bambini, le major sono state spinte a denunciare anche minori, un fatto che non casualmente avrebbe contribuito ad infangare il "buon nome" dell'industria della proprietà intellettuale. L'idea, cioè, è che gli sviluppatori di questi programmi abbiano operato per dar vita ad una sorta di campagna di diffamazione.

Per quanto risibile a chiunque abbia seguito da vicino le alterne vicende del peer-to-peer in questi anni, il rapporto arriva da USPTO e non è escluso che agevoli le major nel dare la caccia ai produttori di software di sharing e ad ottenere condanne più severe nei tribunali statunitensi.
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