Puntodivista/ Le condizioni dell'universitÓ italiana

Il Rettore de La Sapienza a Punto Informatico: poca trasparenza nei concorsi, precariato diffuso e altre carenze. Ma non tutto Ŕ grigio. Il Governo? Per ora interventi inefficaci - a cura di L. Spinelli

Puntodivista/ Le condizioni dell'universitÓ italianaRoma - Prosegue l'inchiesta di Punto Informatico sullo stato dell'informatizzazione in Italia e nelle Università. Dopo l'intervista al ministro Antonio di Pietro è la volta di Renato Guarini e di Corrado Bohm. Il primo è l'attuale rettore de La Sapienza di Roma, la più grande università d'Europa, ed è stato membro del CNR e di varie commissioni ministeriali tra le quali quella per la stesura dei decreti d'area. Il secondo è professore emerito della stesso ateneo, noto internazionalmente come ideatore di due teoremi che portano il suo nome (il Teorema Bohm-Jacopini e il Teorema di B÷hm).

A Guarini abbiamo posto alcune domande sulla condizione dell'università nel suo complesso, mentre a B÷hm un paio di domande più specifiche sulla diffusione tecnologica.

Punto Informatico: La cosiddetta "fuga dei cervelli" dall'Italia assume spesso i connotati di una diaspora. Questo nonostante i ripetuti impegni del governo, e il piano annunciato qualche mese fa per incoraggiare il ritorno dei ricercatori. Qual è la situazione, oggi, per un ricercatore italiano?
Renato Guarini: Sicuramente si sono fatti tentativi per migliorare la situazione dei ricercatori in Italia, ma gli ultimi interventi legislativi - che si proponevano come risolutivi - non hanno inciso positivamente.
PI: Quali sono i punti critici?
RG: Di fatto il reclutamento dei giovani ricercatori in Italia non è ancora basato su percorsi trasparenti, capaci di premiare il merito. I giovani si trovano quindi ad affrontare generalmente un periodo di precariato, durante il quale il loro rapporto di collaborazione con l'università assume forme contrattuali non sempre proprie, né adeguate in termini di retribuzione.
Lascia ben sperare l'impegno dichiarato dall'attuale ministro Fabio Mussi per reclutare ricercatori con procedure concorsuali basate su nuovi criteri di valutazione.

PI: Intanto, però, l'annuale classifica dell'Università Jiao Tong di Shangai mostra un'Università italiana poco competitiva, nella quale soltanto la sua università si colloca tra i primi cento atenei. In uno scenario del genere, quali sono le prospettive reali?
RG: Oggi le università europee, e quelle italiane in particolare, sono indubbiamente in difficoltà sul terreno della competitività. Giocano a sfavore fattori di debolezza che riguardano sia aspetti strutturali, sia aspetti identitari, tra loro strettamente correlati.
Per quanto riguarda l'assetto strutturale, siamo posti di fronte a due modelli alternativi: da un lato l'università che vive - o sopravvive - di finanziamenti pubblici e che si rivolge alla società nel suo complesso; dall'altro l'università sostenuta da capitali e finanziamenti privati, tendenzialmente elitaria.
Si tratta di una contrapposizione da superare, prevedendo per le università pubbliche contributi privati accanto ad un impegno statale prioritario; per quelle private un maggiore impegno alla soluzione dei problemi che la società denuncia.

PI: Che benefici ne deriverebbero?
RG: Questo significa mettere l'università pubblica in stretta connessione con il sistema entro il quale opera, al fine di portare gli atenei europei a livelli di finanziamento complessivo pari a quelli che ricevono oggi, per esempio, le migliori università degli Stati Uniti.
Si pensi, per citare un riferimento comparativo, che mentre i paesi europei spendono in media poco più dell'1% del Pil per l'istruzione terziaria, gli Stati Uniti spendono il 2,6%, di cui l'1,4% deriva da finanziamenti privati e l'1,2% da fonti pubbliche.

PI: Diceva che il problema non è solo strutturale...
RG: Vi è infatti anche la necessità di mutare il nostro atteggiamento, e di mettere meglio a fuoco la percezione che abbiamo delle nostre reali capacità.
Le università americane esprimono in ogni ambito una manifesta convinzione del proprio agire e la certezza di svolgere un ruolo importante nel progresso della società, sia all'interno sia all'esterno del loro paese.
Le università europee, in particolare quelle italiane, sembrano invece avere attutito la consapevolezza del proprio ruolo nella società, nel sistema formativo, nel tessuto produttivo e conseguentemente del proprio valore e della propria visibilità.
╚ urgente quindi una riaffermazione di cittadinanza che sappia ridare fiducia agli atenei europei, confermare l'importanza di quella straordinaria struttura di diffusione della conoscenza che l'Europa ha costruito con le sue università a partire dal Medioevo, elemento fondamentale della koiné europea.

PI: Un paio di domande anche per il prof. B÷hm. Per quanto in sua conoscenza, qual è attualmente lo stato dell'informatizzazione nella nostra università?
Corrado B÷hm: Nel dipartimento d'informatica dove ho lavorato e nel quale sono da nove anni professore emerito, l'informatizzazione è ancora discreta, non siamo totalmente in balia della Microsoft, ma i temi di ricerca più scottanti non sembrano ancora essere pienamente recepiti e, soprattutto, affrontati nelle nostre università.
Per quanto concerne gli studenti, grazie all'enorme sviluppo e diffusione dei giochi informatici sui più recenti dispositivi elettronici - dai PC, ai portatili, dai PDA, fino ai cellulari - è stata acquisita una certa familiarità. Ma non posso fare a meno di ribadire quanto sia necessario, nell'attuale rivoluzione informatica, allenare quei giovani dotati di fantasia e passione, rinforzati da solide basi teoriche, a risolvere i nuovi ed attraenti problemi che la tecnologia pone.

PI: Un altro problema per l'Italia è l'età avanzata della popolazione e la sua scarsa inclinazione all'uso del computer e di Internet. Tutto ciò a lungo andare potrebbe gravare sulla competitività. Come si potrebbe contrastare questo problema?
CB: Credo sarebbe importante intanto instaurare solidi rapporti bilaterali con università estere, in particolare quelle indiane: se non invitiamo dei giovani ricercatori indiani (o da stati ancora a più ad est) a tenere dei corsi, la vedo brutta per le classifiche dei prossimi anni.
Per quanto riguarda gli anziani, cominciamo con l'insegnare l'uso di Internet per risolvere, ad esempio, problemi di enigmistica, raccomandando loro di trasferire tali insegnamenti ai propri nipoti. Sicuramente la situazione inizierebbe a migliorare.

A cura di Luca Spinelli
32 Commenti alla Notizia Puntodivista/ Le condizioni dell'universitÓ italiana
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  • Secondo me se riuscissimo ad applicare il teorema di Bohm-Jacopini ai buoni propositi dei due intervistati generando un bell'eseguibile da installare nel cervello del docente medio(cre) forse qualche risultato buono verrebbe fuori!

    Il problema è che non siamo macchine, ma italiani...Occhiolino
  • Molto interessante... Guarini dice cose molto sensate e condivisibili, il problema è che temo predichi bene ma razzoli piuttosto male!

    Se il rettore della più importante università europea denuncia cose di questa gravità e poi non è il primo a muoversi verso le istituzioni o a fare qualcosa di concreto in prima persona, IMHO c'è qualcosa di molto puzzolente dietro!
    non+autenticato
  • Quello che scrivo fa riferimento alle facoltà di agraria, non so se negli altri ambiti le cose migliorino, nel caso mi piacerebbe saperlo.

    Mi risulta che in Italia buona parte della ricerca scientifica (in ambito universitario) campa o ha campato su finanziamenti pubblici.
    Dov'è questa produzione? E' quasi tutto blindato, la documentazione disponibile on line è in gran parte rappresentata da liste, spesso ripetitive, di citazioni bibliografiche, oltre ai circuiti internazionali riservati delle pubblicazioni scientifiche.
    Non solo, ma la storia della ricerca scientifica italiana in campo agrario è costellata di nomi illustri. Qualche nome illustre a dire il vero c'è ancora. Che fine hanno fatto tutte le produzioni scientifiche, molte ormai di pubblico dominio ma ugualmente inaccessibili? Non si può pretendere che mi debba macinare 400 km per recarmi nella più vicina biblioteca universitaria o peggio imbarcarmi su un traghetto per andare a caccia di un lavoro di Berlese o di Silvestri. Costa molto fare delle scansioni di questi documenti e pubblicarli on line? In fondo si tratta di produzioni che sono state finanziate dalla collettività e come tali dovrebbero essere accessibili a tutta la collettività oggi che la rete offre questa possibilità.

    Naturalmente ci sono le eccezioni, ma per la maggior parte si tratta di piccole iniziative individuali di qualche docente universitario che mette a disposizione un minimo di documentazione on line peraltro non sempre di facile accessibilità. Se voglio fare una ricerca avanzata sono costretto al solito a rivolgermi alle fonti internazionali come siti del Commonwealth, di istituzioni universitarie americane, di associazioni scientifiche internazionali (dove non trovi un nome italiano manco a pagarlo a peso d'oro), per non parlare poi dei siti della FAO e dell'USDA. Molto spesso hanno motori di ricerca di facile accessibilità con possibilità talvolta di formulare combinazioni di chiavi con operatori logici.

    E in Italia? In italia siamo ancora al medioevo. In Italia dobbiamo sorbirci introduzioni pachidermiche di loghi e stemmini vari, fotografie di porticati e fontanili per accedere a liste di corsi universitari, di numeri di telefono e indirizzi di posta elettronica (dai quali spesso non ottieni manco risposta). Se voglio sapere cosa ha prodotto il Prof. X con il finanziamento dello Stato devo affidarmi alla sua cortesia (nel senso che si degna di risponderti via mail) oppure in alternativa attendere la pubblicazione dei risultati della sua ricerca su una rivista tecnica (naturalmente a pagamento) o sul suo libro (naturalmente a pagamento). Non pretendo certo che sia rilasciata documentazione nel pubblico dominio, mi accontenterei anche di un qualcosa che sia un pochino più esaustivo di un abstract, ma spesso non si dispone neppure di un banale abstract.

    Peccato, qualche esimio cervello che opera in Italia c'è ancora, qualcuno lo conosco direttamente, ma che utilità ne traggono gli italiani-contribuenti? Mah...

    Una volta tanto spezzo una lancia a favore degli USA e faccio tanto di cappello ai vari USDA, ARS, BARC, SEL, ecc. Se non fosse per loro e per qualche libro che acquisto di tanto in tanto sarei fermo ancora alle pappardelle studiate all'università in un'altra vita A bocca storta
  • Ti pervade leggendo queste ovvietà. L'università Italiana ha bisogno della cura indigesta.. ha bisogno di GIUSTIZIA.

    Ha bisogno di ispettori, di controlli e di mandare a casa licenziati in tronco diversi professori, solo così gli altri si adegueranno e si riformerà l'università.


    Altrimenti finierà come deve finire.. nella cacca !
    non+autenticato
  • ormai, sento un senso di masochistico divertimento, quando vedo questa pratica, ormai diventata normale, di chiamare coloro che hanno sulle spalle le maggiori responsabilita' su determinati problemi, ad esprimere un'opinione o, peggio, a fare qualcosa di concreto, per risolvere il problema stesso...

    e cosi' vediamo, giudici ed avvocati, chiamati a risolvere i problemi della giustizia,
    dottori, a risolvere i problemi della sanita',
    professori ed insegnanti, a risolvere i problemi della scuola...

    qui abbiamo un magnifico rettore (che di magnifico ha solo il conto in banca, per il resto si distingue solo per approssimazione, incompetenza ed incapacita') che tromboneggia sui problemi dell'universita', snocciolando le solite ovvieta' e tralasciando le basi dei problemi, che, per forza di cose, lo chiamerebbero alle sue dirette responsabilita'...

    e' storia recente, il tentativo di arginare la cosiddetta fuga di cervelli, con degli incentivi per i ricercatori italiani all'estero per rientrare... alcuni ci sono cascati, ma dopo essere arrivati in italia, hanno visto la situazione, hanno capito la presa in giro e sono tornati da dove sono venuti.

    questo incompetente mi viene a parlare di graduatorie, quando, chiunque abbia frequenti l'universita', ha potuto vedere, come gli assistenti dei professori, si distingue per la lunghezza della loro lingua, per la bravita' delle loro gonne, per l'apertura delle loro cosce, per la vicinanza del grado di parentela... forse lui si riferiva a queste graduatorie...A bocca aperta

    per non parlare degli altri problemi dell'universita', con corsi ridicoli, professori incapaci, numero di esami esagerato ed inutile (messi li per accontentare qualche professore da sistemare, e mi parlano di graduatorie), laboratori inaccessibili, idem per le biblioteche, burocrazia da panico, con impiegati incompetenti e procedure da unione sovietica, ed altri che ora non mi vengono in mente...

    ed alla fine di tutto questo esci pure, assolutamente incapace di svolgere il lavoro per cui hai studiato tanto ed inutilmente.
    non+autenticato
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