Edimburgo - L'Università di Edimburgo ha annunciato la realizzazione di un nuovo supercomputer dalle dimensioni compatte,
in grado di consumare 10 volte meno di qualsiasi altra soluzione.
Maxwell, questo il nome dato alla creatura della
FPGA High Performance Computing Alliance, è stato realizzato attraverso l'unione di una serie di unità
Field Programmable Gate Array in luogo dei comuni processori in commercio. Si tratta di una scelta interessante, per altro già sperimentata dai tecnici in una
precedente versione, ma che, per ammissione dello stesso direttore commerciale della
EPPC (la struttura che ospita Maxwell) Mark Parsons,
al momento pone delle problematiche tecniche che ne limitano lo sviluppo commerciale.
Le unità FPGA necessitano di una complessa preparazione per poter operare: se una configurazione azzeccata garantisce velocità elaborative fino a 300 volte più rapide dei comuni processori,
allo stato attuale è possibile impiegare questo tipo di computer in un ristretto numero di campi a causa della scarsa pratica nella programmazione per questi sistemi.
Maxwell deve il suo nome al matematico scozzese
James Clerk Maxwell, occupa un intero
chassis BladeCenter a 32 vie di IBM, ed è costituito da 64 unità Virtex-4 prodotte da
Xilinx collegate tra loro attraverso una scheda RocketIO (che riduce le latenze, permettendo la comunicazione diretta tra le CPU). Secondo le stime dei tecnici,
Maxwell sarebbe fino a 6 volte più veloce nell'elaborazione delle simulazioni di gas e liquidi di un comune cluster di Xeon a 3GHz. L'intero progetto è costato circa 3,6 milioni di sterline ed ha richiesto due anni di lavoro.
I vantaggi offerti da Maxwell sono evidenti: occupa molto meno spazio di un comune supercomputer di pari potenza, consuma e scalda molto meno, può essere programmato su misura per il compito a cui verrà assegnato.
Quello dei supercomputer "tascabili" basati su FPGA parrebbe un settore promettente, nel quale stanno investendo anche nomi come
Intel,
Cray e
SGI. Saranno i prossimi due o tre anni a decretare il successo o il fiasco di questa tecnologia, che si propone come
alternativa ecosostenibile alle attuali produzioni basate sull'ormai datato progetto dell'
architettura di von Neumann.
Quello dell'impatto ambientale è un tema a cui, volente o nolente, l'intero comparto IT ultimamente pensa con
maggiore insistenza. Eppure l'adozione dei
protocolli anti inquinamento stenta a decollare in molti paesi, anche nei più avanzati. Nel Regno Unito, secondo Aidan Turnbull, responsabile
WEEE e RoHS alla
Environ,
meno del 20% delle aziende inglesi sarebbe in regola con uno dei 37 schemi della normativa
Waste Electrical and Electronic Equipment.
Il termine ultimo per il rispetto della direttiva
scadeva lo scorso 15 marzo: al momento non sono previsti provvedimenti contro i trasgressori da parte della
Agenzia per l'Ambiente britannica. Le linee guida per l'adozione del nuovo protocollo sono state infatti pubblicate soltanto il 28 febbraio, in netto ritardo rispetto al periodo di rilascio annunciato per i primi di gennaio.
Luca Annunziata