mercoledì 28 marzo 2007

Open spectrum e WiMax, opportunità o limite?

di F. Sarzana di S. Ippolito (www.lidis.it) - Uno spettro totalmente libero non garantisce libertà. E lo dimostra la storia delle radiofrequenze, dove il far west ha sempre premiato i pesci grossi a danno dei piccoli

Si discute da diversi giorni sull'utilità di uno spettro comune in relazione alle prossime assegnazioni di frequenze per il wi max annunciate dal Ministero delle Comunicazioni. Fra le posizioni più nette vi è senz'altro quella di chi ritiene che lo spettro frequenziale debba essere sfruttato liberamente.

Il presupposto da cui sostanzialmente partono i fautori del libero spettro è che quest'ultimo non possa qualificarsi come risorsa scarsa e che, conseguentemente, una regolamentazione dello stesso in termini proprietari contrasterebbe con il principio dell'utilità sociale.

Inoltre, l'utilizzo delle radiofrequenze da parte degli utenti in termini di capacità trasmissiva anziché una allocazione delle stesse mediante pubblica selezione, costituirebbe il presupposto di un uso condiviso ed efficiente delle frequenze stesse. Il rischio temuto dai fautori di questa teoria è che la limitatezza dello spettro, e quindi l'esigenza di ripartirlo nel contesto digitale, in verità non sia altro che un paravento in grado di perpetuare (o creare) condizioni di sfruttamento da parte di alcuni soggetti.
Ma è proprio così?
Per comprendere se un originario sistema libero sia effettivamente in grado di creare le condizioni per un uso condiviso, occorrerebbe forse soffermarsi sulla storia recente delle radiofrequenze, punto di partenza obbligato al fine di sapere cosa potrebbe accadere al WiMax.

Come si è rilevato in precedenti contributi su Punto Informatico, la deregolamentazione delle frequenze nel settore radiotelevisivo ha avuto origine negli anni 70 con la sentenza "RAI"; a tale sentenza ha fatto seguito un periodo di grande confusione a cui l'emanazione di diversi provvedimenti ha tentato di dare soluzione. È stato tuttavia con la sentenza n. 102/1990 che la Corte Costituzionale ha stabilito che l'esercizio di impianti radiotelevisivi comporta l'utilizzazione di un bene comune - l'etere - naturalmente limitato, rendendo così necessario un provvedimento di assegnazione della banda di frequenza.

In sostanza, nel mondo radiotelevisivo la libertà conseguente alla deregolamentazione ed all'apertura delle frequenze aveva generato un vero e proprio "far west" all'interno del quale e sino a tempi recenti, le pratiche dell'"occupazione" delle radiofrequenze, dei "ricatti" degli utenti più forti nei confronti dei più deboli (attuati ad esempio con l'aumento della potenza degli apparati a danno delle radio più piccole) erano all'ordine del giorno.

Si pensi che anche oggi che vige una regolamentazione senz'altro più stringente, i rapporti tra i titolari delle frequenze, fra emittenti nazionali e locali viene spesso regolato da accordi più o meno informali. Accordi egemonizzati dai più forti a danno dei più deboli, i quali sono permanentemente esposti alle "ritorsioni" od "occupazioni" da parte di chi, illecitamente, aumenta la potenza dei propri apparati oscurando i rispettivi legittimi ambiti di trasmissione.

Fra le altre conseguenze della tanto agognata liberalizzazione delle frequenze radio, vi è stata inoltre la creazione di gruppi di potere molto concentrati, tali da creare un abisso tra i gruppi editoriali espressione di holding dell'informazione e le radio una volta chiamate "libere", le quali difficilmente riescono a sostenere gli oneri economici delle trasmissioni.
Ulteriore corollario di questo stato di cose, è stata la ipervalutazione in termini economici delle frequenze "libere".

Ed anche nel mondo televisivo, l'iniziale liberalizzazione delle relative frequenze (come sopra si è avuto modo di ricordare) unita all'inevitabile "latitanza" del diritto, ha causato situazioni oggi difficilmente definibili in termini giuridici ed alla creazione di un mercato fortemente concentrato.
Esemplare in tal senso è il c.d. principio dell'assentimento che ha trovato attuazione nella c.d. legge Gasparri ed in virtù del quale in presenza di una situazione di fatto (duopolio televisivo, nel caso di specie) il legislatore si limita a registrare, quasi fosse un notaio, la realtà consolidata nel tempo.

Il risultato del descritto "far west" delle radiofrequenze televisive è stato che chi ha avuto la forza economica e giuridica per emergere si è tenuto le frequenze conquistate e ha non di rado "scacciato" i propri concorrenti perpetuando in tal modo situazioni di concentrazione anticoncorrenziali, come ha ben chiarito l'AGCOM al termine dell'analisi sul mercato radiotelevisivo.
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