Web 2.0, non si sa cos'è ma si misura lo stesso

Pubblicato il primo studio sulla situazione italiana: gli utenti del Web 2.0 rappresenterebbero più della metà dei navigatori complessivi. Emerge però qualche perplessità sul metodo

Milano - Web 2.0 batte Web 1.0 due a zero. È stato pubblicato mercoledì il primo studio italiano sulla diffusione del Web 2.0 nel nostro Paese. Su cosa esattamente sia il Web 2.0, in realtà, il dibattito è ancora aperto. Secondo Daniele Sommavilla, tra i responsabili dello studio di Nielsen//NetRatings, si tratta dell'"ambiente in cui si sono sviluppati dei siti Web e delle applicazioni, che mettono il controllo del contenuto - sia generato direttamente dall'utente che no - nelle mani del consumatore".

Con questa definizione in mente, gli statistici della N//NR hanno stilato alcune categorie di siti, monitorandone poi l'utilizzo da parte degli utenti italiani. Nella categoria "Giants" troviamo i colossi: Wikipedia, MySpace e YouTube. Tra i "Bloggers" ci sono Spindler, Blogger e Xanga. E poi Imageshack, Answers.com, Second Life, e tanti altri nomi noti distribuiti nelle varie categorie.

Nonostante i preoccupanti dati italiani che provengono in questi giorni da alcuni studi internazionali, la diffusione del Web 2.0 sembrerebbe in linea con le altre nazioni europee. L'Italia si colloca al 5° posto in Europa come numero di visitatori dei tre "Giants" (Wikipedia, MySpace e YouTube), gli stessi Wikipedia e YouTube registrano un deciso incremento di utenti rispetto al 2006.
Nel mese di gennaio 2007 più della metà dei navigatori italiani (il 56%), ha fatto visita almeno una volta ai siti del Web 2.0. Questi navigatori mostrano anche un utilizzo della Rete più prolungato rispetto alla media: 27 ore e 50 minuti contro le 18 ore e 36 minuti dell'utente medio, e 44 collegamenti mensili contro i 29 della media.

Secondo lo studio Nielsen//NetRatings, il Web 2.0 coinvolgerebbe prevalentemente il sesso maschile, nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni. Le donne italiane sarebbero interessate soprattutto dai servizi di "vita virtuale" tipo Neopets o dagli easy editor web come Piczo.

Il comunicato è destinato comunque a suscitare polemica per i dubbi che avvolgono tuttora la definizione stessa di Web 2.0. Per alcuni, ad esempio, il Web 2.0 sarebbe solo una trovata commerciale per convincere le aziende dell'esistenza di "qualcosa di nuovo" su cui investire, per altri sarebbe una semplice e naturale evoluzione del Web (senza numerazioni annesse), e la pensa così anche il padre del Web Tim Berners-Lee. In quest'ottica, la distinzione tra "utente normale" ed "utente web 2.0" alla base dello studio Nielsen/NetRating, ad alcuni risulta forzata.

Luca Spinelli
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