New York - I broadcaster delle radio online non sono riusciti a convincere i giudici dello
US Copyright Royalty Board a riconsiderare gli
aumenti delle royalty applicate allo streaming online. "Abbiamo rilevato che nessuna delle parti richiedenti (National Public Radio) ha fornito nuove prove o esempi di manifestata ingiustizia che giustificassero un riesame della questione", hanno scritto i giudici della CRB.
L'unica conquista per i provider di musica in streaming e le stazioni radio, con canali online, è rappresentata dall'annullamento della retroattività dei rincari per il 2006 e il 2007. Gli aumenti saranno applicati al cosiddetto "aggregate tuning hour" (ATH) - ovvero in base al
numero totale di ascoltatori online in un'ora. Ad esempio, se 10 PC si connettono simultaneamente al flusso per un'ora, l'ATH sarà di 10. Allo stesso modo, un PC connesso per 10 ore produce un ATH di 10.
Secondo
BetaNews se da una parte si tratta certamente di un aumento rispetto al 2005, è evidente che il metodo ATH sia
più vantaggioso per le radioweb rispetto al vecchio sistema di calcolo "per-performance". In base alle proiezioni, AOL, il più grande streamer online, dovrebbe pagare circa 946 mila dollari, contro i 23,6 milioni di dollari calcolati con la vecchia proposta di tariffazione e la retroattività ora cancellata

"Quindi, secondo CRB la loro decisione che eliminerà tutte le radio online - migliaia di piccoli webcaster, radio di college, servizi come
Pandora - non è un esempio di ingiustizia. Wow", ha dichiarato Trevor Moyer del blog
Save Our Internet Radio.
L'unica strada rimasta ai broadcaster, per bloccare la rivoluzione delle tariffe, è quella di rivolgersi allo
US Court of Appeals del District of Columbia. Contemporaneamente si stanno moltiplicando
le iniziative di contrasto.
Tim Westergren, fondatore proprio della celebre
Pandora, ad esempio, ha redatto una
petizione per il Congresso che chiama alle armi non solo i broadcaster online, ma tutti gli utenti che sono convinti che si tratti di una violazione delle libertà digitali.
Dario d'Elia