Denunciate Apple, MS, Adobe e Real per poco DRM

Una società produttrice di tecnologie di sicurezza pretende che i grossi distributori utilizzino il DRM di sua produzione. Mandate le diffide, ora promette guerra aperta ai player che non blindino tutto il blindabile

Washington - A lampante dimostrazione della follia generale a cui conduce l'abuso di tecnologie anticopia, Media Rights Technologies ha inviato diffide a quattro delle società più attive nella diffusione di contenuti digitali sul network telematico mondiale. Le ragioni sarebbero fornite dal DMCA, la legge sul copyright, la cui forse troppo letterale interpretazione ha spinto la società a pretendere che Microsoft, Apple, Adobe e Real Networks non solo infilino ovunque i sistemi DRM ma usino obbligatoriamente le protezioni sviluppate dalla società.

La minaccia formale di possibili azioni legali, annunciata da una press release sul sito della società, sostiene che i lettori software sviluppati e immessi in rete dai grandi nomi dell'industria dei contenuti non siano protetti a sufficienza, paventando possibili buchi sfruttabili dagli hacker per aggirare le limitazioni all'uso e alla copia di software, audiovisivi e quant'altro disponibile in formato digitale.

iPod, iTunes, Windows Media Player, Real Player, Adobe Flash secondo Media Rights sono tutte tecnologie intrinsecamente insicure sviluppate in palese violazione del controverso DMCA, e pertanto vanno ritirate dal mercato e sostituite con omologhi protetti a dovere. Tale blindatura definitiva, sempre secondo la sconcertante interpretazione della società, verrebbe fornita in via esclusiva da X1 SeCure Recording Control, prodotto che guarda caso viene realizzato da MRT stessa.
"Abbiamo dato a queste quattro società 10 giorni per contattarci e trovare una soluzione - dichiara minaccioso il CEO di MRT Hank Risan - al termine dei quali faremo loro causa nelle corti federali e faremo domanda per un'ingiunzione a rimuovere dal mercato i prodotti responsabili dell'infrazione". I big player, sempre stando a quanto sostiene la inviperita MRT, rischiano inoltre pene pecuniarie fino a 2.500 dollari per ogni dispositivo o copia del software sviluppata, prodotta e distribuita nell'universo-mondo.

"Assieme, queste quattro compagnie sono responsabili del 98% dei lettori multimediali sul mercato - si può leggere nella nota dell'azienda - CNN, NPR, Clear Channel, MySpace Yahoo e YouTube tutti usano questi dispositivi responsabili della violazione per distribuire materiale protetto da copyright", sostiene Risan, che ritiene "le parti in causa responsabili. Il tempo di citare in giudizio l'uomo della strada è finito".

iTunes, Windows Vista, Real Player, spesso criticati in rete come eccessivamente inclini ai voleri dell'industria, infarciti di DRM limitanti per i diritti dell'utente e illegali in alcuni paesi europei, per MRT non fanno abbastanza. Lo dice il DMCA, lo dice la legge, e l'azienda è sicura che per questo i produttori saranno costretti a soggiacere alle sue richieste.

Com'è facile prevedere, a seguito della bizzarra pretesa della produttrice di DRM sono fioccate le interpretazioni e le reazioni: "Mi sembra tanto un'iniziativa pubblicitaria" ha dichiarato Jessica Litman, professore di legge esperto in copyright dell'Università del Michigan, secondo cui il DMCA "non impone la responsabilità semplicemente perché alcuni prodotti potrebbero essere riprogettati per implementare uno schema tecnologico di protezione ma i creatori non vogliono farlo".

Entra ancora più nel merito Randy Lipsitz, avvocato della società legale di New York Kramer Levin, che sostiene come il DMCA sia stato pensato sì per prevenire la circonvenzione delle DRM da parte dei prodotti stessi, ma non certo per imporre il software di una specifica azienda.

La natura sostanzialmente pubblicitaria e velleitaria della presunta querelle viene confermata dal fatto che, stando a quanto sostengono le aziende coinvolte, nessuna di esse ha ancora ricevuto la diffida formale strombazzata ai quattro venti da MRT, con il rappresentante di Real Network che liquida la questione come un "approccio alquanto romanzato allo sviluppo del business" e legato alle "disperate" condizioni finanziarie della società.

Alfonso Maruccia
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