Roma - La Rete potrebbe rendersi irriconoscibile, a meno che il "virus della repressione su Internet" non venga debellato. Suona così l'
avvertimento lanciato da Amnesty International per bocca di Tim Hancock, responsabile delle campagne dell'organizzazione.
Internet sta cambiando volto, dominata sempre più da quello che Amnesty definisce "
modello cinese": una Rete che traina una crescita economica dai ritmi vertiginosi, ma che, con il crescere della sua popolarità, viene progressivamente strangolata dal volere dei governi. Interessati a difendere la propria reputazione e a non spezzare il silenzio che i cittadini e i media riservano loro rifugiandosi nell'autocensura; per non dissipare la cortina di ignoranza che aleggia attorno al proprio operato, i governi
filtrano le informazioni e instaurano un regime di
sorveglianza a favore dei propri
netizen.
Lo ha confermato, di recente, anche un
report di
Open Net Initiative: la censura governativa opera in almeno 26 stati, dalla
Bielorussia alla
Tunisia, dalla
Thailandia all'
Iran. Senza contare l'Occidente, escluso dal report solo per le motivazioni che spingono alla
selezione dei contenuti online, da noi più di impronta sociale che politica.
Hancock fa riferimento a tecniche subdole come il filtraggio, ma ricorda anche situazioni in cui i governi hanno agito ancor più attivamente, a
scopo dimostrativo, limitando l'accesso agli Internet café, oscurando siti, arrestando coloro che, come il blogger egiziano
Kareem Amer, avevano trovato in Rete spazio e visibilità per denunciare le brutture del proprio paese.
La situazione
non può che involvere nel momento in cui le imprese, desiderose di conquistare mercati in espansione, decidono di affiancarsi ai governi e di scendere a patti, sovrapponendo complicità politiche ad interessi commerciali. A questo proposito Amnesty aveva già invocato l'
intervento degli ISP, invitandoli a sostenere dal basso la causa dei diritti umani e della libertà di espressione in Rete, nel momento in cui le grandi aziende, nonostante vacue
promesse di codici di condotta, sembrano preferire supportare la proficua causa dei governi.
Sono infatti note le collusioni di big player della rete con il
governo cinese, considerato il vertice della censura online:
Cisco e Google, fra
mea culpa e
richiami all'ordine da parte degli azionisti, hanno collaborato a filtrare e selezionare ciò che si pone al di là della grande muraglia digitale; Yahoo
pare abbia supportato il governo della Repubblica Popolare consentendo di rintracciare ed arrestare un dissidente. Meno nota la
questione sollevata da
New Scientist, su cui
ha richiamato l'attenzione Reporters sans frontieres: grandi nomi dell'industria occidentale starebbero lavorando, proprio in Cina, ad un software per la profilazione "profonda" dei
netizen. Utile a scopi commerciali, potrebbe essere sfruttato per individuare gli elementi sovversivi, a partire dalle tracce lasciate dalle loro abitudini online.
Amnesty si è schierata in più occasioni a favore della libertà di espressione in Rete: ultima la
web conferenza tenuta ieri nel contesto della
campagna Irrepressible, che ha da poco compiuto un anno. La Rete sta cambiando volto, mutilata dalle cause commerciali e da governi che temono di perdere il controllo dell'informazione, ma anche da quella che si configura spesso come una
scrematura demagogica. Avverte Hancock: "Ora accendiamo il computer dando per scontato che quello che vediamo è tutto ciò che esiste online. Temiamo che in futuro sarà possibile accedere solo a ciò che qualcuno riterrà opportuno lasciarci vedere".
Gaia Bottà