Alfonso Maruccia

I file scaricati dalle major non vogliono dire niente

Questa ed altre le originali tesi della difesa in uno dei procedimenti che negli USA vedono RIAA rivalersi su uno studente, che intende dimostrare come le pretese delle major siano prive di fondamento

Roma - Major sul piede di guerra negli States: la lotta serrata al file sharing illegale e ai crimini contro il copyright passa per aule di tribunale, proposte e pressioni sul Congresso per il rinforzo delle azioni di contrasto alla pirateria. L'industria, sostengono i suoi rappresentanti, sta cercando di difendere il lavoro di centinaia di migliaia di persone, costantemente messo in pericolo da chi si macchia di reati che, nel complesso, fanno più danni al paese di furti e rapine in banca.

Uno studente dell'Università di Boston, ateneo che fa parte del corposo nugolo di istituti presi di mira dall'industria nei mesi passati, sta provando a bloccare l'azione di RIAA nell'ambito del caso Arista contro Does 1-21: il caso è stato aperto dall'organizzazione dei discografici con la pretesa di conoscere l'identità di 21 studenti presunti condivisori a scrocco, ma quella pretesa, va al contrattacco uno di questi, non ha ragion d'essere.

Secondo il ragazzo, RIAA sostiene che conservare copie di file protetti da copyright su un PC costituisca una distribuzione illecita dei contenuti, una teoria che "non trova fondamento nella legge". Le uniche copie di file protetti di cui RIAA è venuta in possesso sono quelle ottenute da investigatori stipendiati dalla stessa organizzazione, che avevano i permessi necessari per poter scaricare i file. Da qui a dire che vi sia una distribuzione in corso, cioè, il passo è lungo.
Come se non bastasse, l'utente, sostiene lo studente, non ha alcun obbligo di proteggere i propri file musicali da eventuali copie non autorizzate in rete. Non vi è illecito insomma, nella misura in cui la distribuzione che è effettivamente avvenuta (ossia il "prelievo" da parte di emissari RIAA autorizzati) è pienamente legale: per sostenere il contrario, RIAA dovrebbe far fede su testimonianze di terzi, cosa che in effetti non è avvenuta. Una posizione originale, di cui sarà interessante seguire le sorti per le possibili conseguenze, potenzialmente notevoli, che potrebbe avere sui tanti processi intentati dall'industria contro gli utenti del P2P.

Non che i produttori si limitino ai soli tribunali: Dan Glickman, patron di MPAA ascoltato dal Congresso americano nell'ambito di una udienza intitolata "Trade Enforcement for a 21st Century Economy", ha tracciato quelle che a suo avviso dovrebbero essere le linee guida per una migliore difesa dei diritti di copyright statunitensi nell'ambito del commercio oltremare.

I cinque punti cardine della difesa dell'IP americana per Glickman passano per: usare le regole del libero scambio per costringere i paesi partner a rispettare i diritti d'autore e di proprietà; provvedere adeguate risorse per l'educazione dei paesi d'oltremare nell'ambito dell'IP; assicurarsi che le agenzie responsabili del controllo degli scambi abbiano risorse sufficienti per la piena operatività; inasprire le leggi che obbligano i governi stranieri ad adeguarsi alle norme USA; aumentare il controllo del Congresso sugli ufficiali preposti alla difesa dei diritti di proprietà in modo che essi siano responsabili delle proprie decisioni.

Un "piano" ambizioso, che fa il paio con quanto dichiarato dal consulente generale di NBC/Universal Rick Cotton sui crimini della proprietà intellettuale in una conferenza stampa tenutasi proprio a Capitol Hill, sede del parlamento e quindi del Congresso: "Le nostre risorse per far rispettare la legge sono assolutamente insufficienti - sostiene Cotton - Se si mettono insieme tutti i vari tipi di crimini contro la proprietà intellettuale in questo paese, essi valgono centinaia di miliardi di dollari annui contro i 16 miliardi di dollari all'anno costituiti da furto, frode, furto con scasso, rapine in banca e tutto il resto".

Alfonso Maruccia
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