FBI sotto accusa per il cracking russo

Gli agenti federali entrarono nei computer di due cracker russi per raccogliere prove, indurli a venire negli USA e poi arrestarli. Ora l'FBI sarà trascinata in tribunale

Washington (USA) - Gli agenti informatici della polizia federale americana non avevano alcun diritto di penetrare nei sistemi informativi dei due russi Vasiliy Gorshkov e Alexey Ivanov per ottenere prove che hanno consentito di arrestarli una volta giunti sul territorio statunitense.

Questa la tesi con cui un legale di Seattle, John Lundin, intende dimostrare come il clamoroso caso di intervento extra-territoriale dell'FBI americana sia nei fatti un atto criminale che non può essere condonato. Non era mai accaduto prima che l'FBI agisse in questo modo e, secondo Lundin, si tratta di un pericoloso precedente.

Come si ricorderà, l'operazione aveva suscitato da subito molte questioni di legalità dovute alla spregiudicatezza dell'uso dei sistemi informativi da parte dell'FBI che per la sua azione non aveva neppure ottenuto mandato da parte di alcun giudice.
Un tribunale americano ha assolto a suo tempo l'FBI da ogni colpa sostenendo che la legge russa che vieta le intrusioni informatiche non poteva essere applicata agli agenti che agivano via internet da Washington.

Contro questa tesi si schiera Lundin, secondo cui il mancato ottenimento di un mandato del magistrato per l'operazione sui computer dei due cracker russi non può essere giustificato, come invece è avvenuto, dalla pretesa che l'operazione si sia svolta in Russia e non negli USA e che quindi non necessitava di un mandato specifico. Tanto più che gli agenti FBI sono stati sollevati di qualsiasi responsabilità rispetto alla legge russa proprio perché si trovavano negli USA.

Lundin, che agisce per conto di Gorshkov, deve difendere un cliente che rischia decine di anni di carcere.
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