Punto Informatico: Una GPL3 da buttare quindi?Patrizio Tassone: No, assolutamente. La GPL3 ha il merito di evidenziare una serie di pericoli reali, anche se le soluzioni che propone, per come la vedo io, sono troppo ideologiche. Il rischio che qualcuno, protetto da accordi vari, potesse inserire codice che violava palesemente brevetti software era reale: l'estendere però la copertura di un accordo tra le parti a qualsiasi utente di quel software - tra l'altro con meccanismi impliciti assai pericolosi - penso porterà ad un allontanamento del software GPL3 dalle aziende detentrici di brevetti e che, fino ad oggi, hanno collaborato a vari gradi con l'Open Source.
Ad altri problemi, come la tivoizzazione, la GPL3 offre soluzioni che a me sembrano totalmente inaccettabili: se oggi passa il principio per cui la licenza del software può definire anche le caratteristiche degli ambienti d'esecuzione (un conto è la perdita della garanzia di funzionamento, come avviene con le piattaforme certificate, un conto è l'illegalità dell'operazione!), l'orizzonte dei possibili vincoli delle licenze future diventa infinita.
PI: Per quanto riguarda i brevetti software, però, sono diverse le società che hanno offerto alla comunità l'utilizzo di diverse tecnologie coperte da brevettoPT: Sì, è vero. Ma un conto è fornire l'utilizzo gratuito del brevetto A, B e C, un conto è fornire l'uso di tutti i brevetti presenti in un software in maniera implicita per il fatto di averlo distribuito o esserne entrati, a vario titolo, nello sviluppo. È un rischio non indifferente per aziende per le quali i brevetti sono parte integrante, spesso fondamentale, del proprio business. Non a caso Microsoft ha già dichiarato che con la GPL3 non vuole avere niente a che fare.
Prendiamo ad esempio Xen, un progetto di virtualizzazione attualmente sotto la GPL2: tra i partner ci sono Microsoft, Intel e AMD. Cosa succederebbe se passasse alla GPL3? L'ipotesi più plausibile è che queste aziende, che di sicuro non sostengono Xen per beneficenza, si allontanerebbero da Xen dividendo così ulteriormente il mercato (e facendo un gran favore a VMware).
PI: Detto questo, che livello di diffusione raggiungerà la GPL3?PT: Si diffonderà lentamente, ma non credo che andrà a toccare progetti di una certa importanza, se si escludono quelli GNU. Ma come ho già detto nel mio commento, la diffusione non conta: contano i progetti e l'importanza degli stessi.
PI: Però Samba e SugarCRM sono già passati alla GPL3, insieme a circa 200 altri progetti. Senza contare che ci sono diverse migliaia di software che adottano il disclaimer "GPL2 e versioni successive"PT: Di Samba era scontato il passaggio alla GPL3, non a caso il project leader Jeremy Allison si dimise da Novell subito dopo l'accordo con Microsoft.
Il caso SugarCRM è un po' più complesso: quel codice era coperto da una licenza che la società definiva "open source" anche se non era stata autorizzata da OSI, e ciò l'aveva messa in una posizione scomoda all'interno della comunità: il passaggio alla GPL3 ha riportato tutto alla normalità, sventando il rischio di eventuali fork.
Per i progetti coperti dalla clausola "GPL2 e versioni successive" il passaggio alla GPL3 è avvenuto in modo automatico, e dunque indipendente dal contenuto della nuova licenza. Per dirla in altre parole, quelle stesse migliaia di progetti non sono interessati alle garanzie della nuova licenza, quindi è difficile annoverarli tra quelli che adottano la GPL3 per scelta consapevole e ponderata.
PI: Parli di ecosistema: la GPL3 rischia di danneggiare il software libero?PT: Sì, penso che il rischio sia tangibile. Saranno coloro che detengono i brevetti software, che coincidono anche con i più grossi player del mercato, che ne decreteranno il successo o l'insuccesso. Se una certa società ha un business, che so, sul VoIP, con relativi brevetti annessi, partecipare allo sviluppo di un software GPL3 in ambito VoIP rischia di far perdere valore ai brevetti in suo possesso, e questo può essere considerato inaccettabile in molte situazioni. Se ciò accadrà è chiaro come il software libero potrebbe sensibilmente rallentare il proprio sviluppo e perdere preziose fonti di know-how e tecnologia.
Con la GPL3 si rischia che le società avviino o partecipino solo a progetti free software lontani dal proprio core business: sarà interessante osservare le prossime mosse di alcuni big come IBM, Sun e Oracle.
PI: Ritieni l'Open Source un business conveniente?PT: Utilizzare software open source credo sia conveniente in molti ambiti, perché comporta dei benefici economici non indifferenti per le società che lo adottano, magari affiancato a soluzioni proprietarie già presenti. Dimostrazioni in questo senso arrivano sia da big come Google e DreamWorks sia da realtà di minori dimensioni.
Che invece sia conveniente produrre e supportare software open source credo sia ancora tutto da dimostrare: il fatto che, al momento, Red Hat sia l'unica società senza troppi problemi non depone a favore della sostenibilità economica di questo modello. Il fatto che basti
un annuncio di Oracle per far crollare Red Hat in borsa, mi lascia un po' titubante.
PI: Nel tuo commento scrivi che il business dietro a Linux, a livello di big di settore, non è poi così solido. A tuo avviso, come dovrebbe finanziarsi?PT: Personalmente non vedrei male un supporto proveniente dai singoli stati o dall'Unione Europea, visto che crea un humus che favorisce la nascita di nuove realtà imprenditoriali diminuendo l'entità delle risorse economiche necessarie. Va però detto che anche il software proprietario ha creato e crea una realtà lavorativa di particolare importanza diffusa sul territorio. Il discorso, come si intuisce, è abbastanza complesso, e senza dati reali diventa difficile poter esprimere considerazioni.
Intervista a cura di Alessandro Del Rosso