
Ciò detto, resta da riflettere sugli aspetti, per così dire, macroeconomici di simili modelli contrattuali, visto che - in realtà - la webradio è indubbiamente una forma relativamente nuova di
broadcasting e che tale attività (quando sia esercitata con criteri di economicità e per fini di profitto) è qualificabile senza dubbio come attività di impresa.
Ebbene, modelli contrattuali sul genere di quello testè esaminato non aiutano il diffondersi delle webradio, lasciate nell'incertezza sulla portata oggettiva della licenza d'uso acquisita. Immaginiamo cosa accadrebbe se un contratto di
franchising non determinasse l'oggetto dell'attività del concessionario o attribuisse al concedente il diritto di mantenere vincolata la controparte senza alcun onere per sé: nessuno stipulerebbe tali contratti e le attività in
franchising scomparirebbero in un batter d'occhio.
Indubbiamente certi modelli contrattuali non si rivelano utili ad un pieno ed armonico sviluppo del mercato (inteso come luogo virtuale in cui competono, nell'offerta di beni e servizi, più soggetti in posizione di sostanziale parità).
Alzando per un momento gli occhi ad osservare il complessivo panorama, sembra che - e non è un fenomeno solo italiano - vi sia la ferma volontà di rallentare (per quanto possibile) il decollo di alcune funzionalità della Rete (laddove la rete, almeno fino ad ora, costituisce un
mercato troppo vasto per essere controllato da pochi grandi operatori ed ancor più dove la rete
non è più o non è ancora mercato). Il pretesto è costituito dal diritto d'autore, ma l'obiettivo è quello di favorire non gli autori (di cui non importa nulla a nessuno, a meno che non si siano rivelati galline dalle uova d'oro) ma di impedire il sorgere ed il consolidarsi di forme di
business più efficienti e meno costose.
Il discorso torna - come un vecchio vinile rigato che fa "incantare" la puntina - sul ruolo pervasivo delle
majors nella società dell'informazione e sulla loro pervasiva e strisciante capacità di condizionare le scelte politiche (a livello pubblico) e contrattuali (a livello privato), imponendo regole standard in grado di scontentare tutti, fuorché i loro azionisti di riferimento. E sarebbe opportuno aprire un tavolo di discussione su altri modelli contrattuali (non su quelli di licenza d'uso), relativi alla
corporate governance e alle
concentrazioni anticoncorrenziali di tali imprese, visto che:
a) da una parte - nella prospettiva classica - all'interesse dei manager (all'apprezzamento delle azioni, per poter lucrare sui compensi o, peggio, sulle
stock options) e dei soci investitori (alla ripartizione degli utili) occorre contrapporre i cosiddetti "interessi ulteriori" e, in particolare, quello della collettività dei consumatori;
b) dall'altra - e alludo alle pratiche anticoncorrenziali - i monopoli (di fatto o di diritto) non sono
quasi mai auspicabili (per ragioni di efficienza economica facilmente intuibili), a maggior ragione se il mercato di riferimento è l'intero Pianeta.
Le imprese che "maneggiano" prodotti coperti da diritto d'autore, infatti, rivestono un ruolo di una certa importanza nella "catena di montaggio" del bene immateriale "cultura" e nella crescita o nell'involuzione - o, se si preferisce, nel rattrappimento - spirituale e civile degli individui. Lasciare nelle mani di un gruppo ristretto di società globali (cioé, mondiali) le industrie della discografia, dell'editoria, del cinema e delle trasmissioni radiotelevisive può determinare danni irreparabili all'
Uomo ed al suo sistema valoriale e culturale.
Alla scarsa sensibilità delle
majors per gli "interessi ulteriori" di cui si è detto e per il pluralismo (e dunque la concorrenza) di mercato deve aggiungersi - tra i fattori di pericolo - l'elemento anticoncorrenziale per eccellenza: il
monopolio d'autore. Sul tema si è già discusso, sempre sul
blog di Chartitalia, un po' di tempo fa, e non sto ora a ripetere tutto quanto si è detto.
Free CulturePer chiudere, mi fa piacere riportare un breve passo - in cui il mio pensiero si identifica - tratto dall'opera del giurista americano Lawrence Lessig,
Free culture (tr. it.
Cultura libera, Apogeo, 2005):
"Una cultura libera non è priva di proprietà; non è una cultura in cui gli artisti non vengono ricompensati. Una cultura senza proprietà, in cui i creatori non ricevono un compenso, è anarchia, non libertà. E io non intendo promuovere l'anarchia.
Al contrario, la cultura libera che difendo (...) è in equilibrio tra anarchia e controllo. La cultura libera, al pari del libero mercato, è colma di proprietà. Trabocca di norme sulla proprietà e di contratti che vengono applicati dallo stato. Ma proprio come il libero mercato si corrompe se la proprietà diventa feudale, anche una cultura libera può essere danneggiata dall'estremismo nei diritti di proprietà che la definiscono."
Gianluca NavarriniNotaSi autorizza chiunque lo ritenga alla pubblicazione ed alla diffusione del sopra esteso articolo, a patto che l'uso dello stesso avvenga senza scopo di lucro, senza tagli, alterazioni o modifiche al testo e con la chiara indicazione della paternità dello stesso.