Gaia Bottà

Myanmar, via il telefono a chi protesta

La giunta militare costringe al silenzio media e attivisti tagliando linee telefoniche strategiche per l'organizzazione delle proteste e perché l'informazione trapeli all'estero. C'est plus facile!

Yangon (Myanmar) - Sono mute le linee telefoniche della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), silenti i cellulari degli attivisti, mentre le telefonate agli inviati stranieri in Myanmar terminano con un messaggio registrato, che avverte che il numero di telefono è temporaneamente non disponibile.

La giunta militare che dal 1962 decide delle sorti del paese ha incrementato la pervasività della sorveglianza dal mese di agosto. La notizia degli aumenti del prezzo di carburante imposti dal governo ha scatenato le proteste di popolo e attivisti. Le manifestazioni sono state soffocate con quasi duecento arresti e minacce a tappeto, intimidazioni che hanno fatto calare il silenzio presso i media locali che ancora sfuggono al controllo dallo stato.

Si sta verificando una situazione paradossale, riportava Reuters nei giorni scorsi: il popolo del Myanmar può approfittare esclusivamente delle Radio Londra di turno, che dall'estero ritrasmettono nel paese informazioni raccolte da reti clandestine di reporter e attivisti locali, che operano nel più totale anonimato per sfuggire alla sorveglianza governativa che agisce fuori e dentro la Rete.
Proteste in Myanmar (da: Mizzima)Ad essere colpiti dalla tentacolare sorveglianza della giunta militare sono in primo luogo i blogger, vittime del controllo operato online, che ha riservato al Myanmar un posto fra i tredici nemici di Internet e una menzione poco meritoria fra i censori della Rete da parte di Open Net Initiative. The Irrawaddy, un quotidiano che opera dalla Thailandia, gestito da cittadini del Myanmar espatriati, racconta delle minacce e delle perquisizioni subite da un attivista che gestisce un blog sgradito al governo.

Ma non è solo la voce indipendente dei netizen a preoccupare i gerarchi del Myanmar: fin dal 19 di agosto, fin dal primo insorgere del popolo, ricorda Reporters Sans Frontières, i giornalisti erano strettamente sorvegliati da uomini dell'esercito, che vigilavano su ogni tentativo di scattare foto delle proteste e della repressione. Un provvedimento che non si applicava semplicemente agli sparuti reporter locali indipendenti, ma anche agli inviati che tentavano di trasmettere all'estero un quadro della situazione nell'ex Birmania.

La repressione non deve però aver sortito gli effetti censori desiderati: dalla scorsa settimana sono numerosi i corrispondenti esteri che lamentano disservizi sulle linee telefoniche. "È come se la giunta militare volesse tapparci occhi e orecchie" ha riferito a The Irrawaddy un giornalista che ha preferito restare anonimo. Sono bloccate anche le comunicazioni di Mizzima, un'agenzia di stampa fondata da giornalisti esiliati dal regime, e i tagli alle linee non risparmiano nemmeno agenzie europee come AFP, che dalla scorsa settimana lamenta disconnessioni delle linee telefoniche. Tutti problemi che i rappresentanti del ministero delle telecomunicazioni giustificano con "ordini giunti da superiori".

La situazione non è più tranquillizzante presso le sedi di partito: gli oppositori del regime militare si stanno vedendo abbattere una ad una le linee telefoniche su cui potevano contare. "Speriamo che si tratti di un problema tecnico e ci auguriamo che le cose tornino al più presto come prima", auspica sulle pagine di AFP un rappresentate della NDL, il partito a cui fa capo il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, tuttora confinata agli arresti domiciliari dal regime. Ma i tagli delle linee, almeno cinquanta solo negli ultimi giorni, non sono affatto casualità, ha rivelato una fonte anonima del ministero delle telecomunicazioni.

Interrompere alcune linee telefoniche strategiche, spiega infatti The Irrawaddy, significa interrompere ogni tipo di comunicazione fra attivisti e NDL, impedendo che il montare delle proteste possa fruire di ogni tipo di coordinazione operata dal partito. Significa altresì ridurre al silenzio ogni tipo di rapporto fra gli attivisti del Myanmar e i media che operano dall'estero, rendendo ancor più spessa la cortina che impedisce alle notizie di trapelare all'interno del paese e all'estero.
Una situazione ben ritratta dagli indicatori della Banca Mondiale che valutano la governance: il parametro che si riferisce a libertà di espressione per media e cittadini in Myanmar da anni non sfiora l'uno per cento.

Gaia Bottà
2 Commenti alla Notizia Myanmar, via il telefono a chi protesta
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  • ... c'é da sperare che la ndl non si trasformi in una base per qualche "rivoluzione colorata" funzionale solo agli interessi di multinazionali e potenze coloniali. Un documentario disponibile sulle teche rai mostra alcune testimonianze da cui risulterebbe che nelle fabbriche birmane (che l'occidente sommerge da lustri di commesse nonostante le sanzioni formali) vengano impiegati veri e propri schiavi razziati nei villaggi uccidendo chi si oppone e non serve, per cui gli abitanti vivono ai margini delle foreste pronti a rifugiarvisi o scappano in thailandia.
    Comunque quando si muove l'occidente l' aiuto non è disinteressato, probabilmente vogliono liberalizzare lo sfruttamento delle foreste, ancora sotto il controllo statale, o mettere basi militari per impensierire la cina o rendere meno imbarazzante la cooperazione con tale governo per trasferirci gran parte delle produzioni ora in cina, la denuncia di discusse organizzazione come rsf mi fa pensare male.
    non+autenticato
  • scommetto che il canone lo farebbero pagare comunqueSorride
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