Alfonso Maruccia

L'ONU insegna il copyright ai ragazzi

Un libro colorato per imparare l'importanza del diritto d'autore, senza però dimenticare il pubblico dominio e il fair use, che da solo vale negli USA molto più dell'industria del copyright. Mark Twain ci riderebbe sopra

Roma - Tra il genocidio nel Darfur, la malnutrizione, la malaria, le piaghe del continente africano e la crisi nel Myanmar le Nazioni Unite non si lasciano sfuggire argomenti - evidentemente - altrettanto importanti come la dibattuta questione sul diritto d'autore. Cosa esso sia, perché sia importante e quali siano i suoi limiti intende insegnarlo al pubblico più giovane un libercolo di fresca pubblicazione, che in 72 pagine scritte con stile accessibile e ricche di colori, affronta le problematiche attualmente connesse al copyright.

La copertinaIl libro, liberamente accessibile in formato PDF, si intitola "Le arti e il copyright - Impara dal passato, crea il futuro" ed è stato specificamente progettato per l'impiego tra i banchi di scuola. Attualmente disponibile solo in lingua inglese, il WIPO - l'organizzazione internazionale della proprietà intellettuale - ha già in cantiere le traduzioni in arabo, cinese, francese, russo e spagnolo.

Oltre alla teoria, il testo include anche giochi a tema per rafforzare nei ragazzi tra i 9 e i 14 anni i concetti esposti, in modo da rendere quanto più accessibile al giovane target. L'iniziativa potrebbe ad una prima occhiata ricordare campagne a senso unico come il fallimentare Capitan Copyright o la propaganda sul software originale di BSA, ma stavolta c'è spazio anche per l'altra faccia della medaglia.
Il manualetto non trascura infatti di trattare questioni intimamente connesse a quella del copyright come il pubblico dominio e il fair use, con un capitoletto di 8 pagine dedicato alle suddette eccezioni al diritto d'autore e alla spiegazione delle motivazioni connesse. "Le leggi nazionali permettono di rendere disponibili gratuitamente i lavori protetti dal copyright in speciali situazioni" si legge nel testo, e grazie a tali condizioni "persino i lavori che non sono di pubblico dominio possono a volte essere usati senza prima chiedere il permesso o pagare royalty all'autore o agli aventi diritto".

Una mossa adeguata, se si considera che, come già indicato in passato, il fair use e il riutilizzo di materiale protetto da copyright generano il 70% di ricchezza in più negli States di quanto siano in grado di fare Hollywood, le major e gli altri protagonisti dell'industria dell'intrattenimento.

opereSulla correttezza della trattazione della questione copyright da parte del libretto WIPO si pronuncia anche William Patry, consulente ed esperto in materia al soldo di Google, che si limita a ravvisare un possibile tentativo di far identificare i giovani lettori/studenti con gli altrettanto "Giovani Autori", che godono di spazi specifici a loro dedicati disseminati lungo tutto il testo. "Io non difendo la pirateria se parliamo di contraffazione - dice Patry - ma penso che dobbiamo essere molto cauti a non manipolare le giovani generazioni facendo finta di educarli".

Che il copyright abbia molte facce lo mette in luce anche un vecchissimo articolo dello scrittore Mark Twain, datato 1906 e recentemente ricomparso in rete e riproposto tra gli altri da ars technica. Twain era ossessionato dal copyright, o meglio dalle sue implicazioni sulle future generazioni e sul fatto che a trarre i maggiori vantaggi dalle leggi del tempo sul diritto d'autore fossero gli editori e nessun altro. "Gli autori muoiono, gli editori no", scriveva il celebre autore, definendo questi ultimi senza mezzi termini "i pirati".

Il grande scrittoreA tal proposito Twain aveva elaborato un ingegnoso schema per garantire che almeno ai propri figli arrivasse il frutto economico del suo lavoro di scrittore, schema che prevedeva il riutilizzo di suoi vecchi lavori per creare opere recenti che sarebbero ricadute sotto il copyright dell'autore originario. Qualcosa come la sua autobiografia inframmezzata da romanzi scritti in precedenza, cosa che avrebbe potuto garantire sia il passaggio al pubblico dominio delle opere sia la possibilità per l'autore di renderle ancora profittevoli e remunerative sul mercato editoriale dell'epoca.

Un'idea che oggi potrebbe forse far sorridere, ma che ben evidenzia la perdurante problematica del copyright e, soprattutto, la perdurante convenienza di regolamentazioni rigide a solo ed esclusivo vantaggio di chi i lavori non li fa, ma si limita a distribuirli e a costruirci sopra un business duraturo nel tempo. Con buona pace di chi favoleggia che il copyright serva soprattutto a difendere gli autori, che evidentemente non la pensavano esattamente così già un secolo fa.

Alfonso Maruccia
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