Luca Annunziata

Ora i robot sparano, ma non fanno fuori i padroni

Terminator in erba armati di tutto punto, che però non impallinano i proprietari. Mentre altri cosibot hanno intenzioni meno bellicose: giocano e fanno compagnia

Roma - A vederlo fa impressione. Compatto, blindato, con un bel fucile d'assalto (altro che taser) e una cospicua cartucciera: tutto montato su due cingoli. È la seconda generazione di un robot adatto al pattugliamento, il MAARS (Modular Advanced Armed Robotic System), ed è stato pensato dalla Foster-Miller per il pattugliamento delle zone di guerra e per collaborare sul campo con le forze militari.

A differenza del suo predecessore SWORD (Special Weapons Observation Remote reconnaissance Direct action system), che ha già un paio di esemplari dislocati in Iraq, MAARS sarebbe in grado di fiancheggiare senza pericoli anche un plotone di soldati in carne ed ossa: dispone infatti di un modulo per evitare i rischi del "fuoco amico", vale a dire per non rischiare di sparare ai suoi stessi compagni. In ogni caso, a scanso di equivoci, il fucile si può rimuovere dal tetto del MAARS in pochi minuti. L'unità può essere quindi impiegata per semplici operazioni di pattugliamento o sorveglianza: ai cingoli possono essere anche sostituite quattro ruote, ideali per muoversi in contesti urbani, e in grado di spingere il veicolo fino alla velocità di otto chilometri all'ora.

MAARS Il software di MAARS può essere programmato per definire delle zone dove non è consentito sparare, coadiuvato da alcune non meglio precisate limitazioni meccaniche, di certo molto lontane dall'idea dietro le celeberi Leggi della Robotica.
Il robottino dispone anche di un modulo GPS, per individuarlo sul campo di battaglia e per consentirgli di tenere traccia della posizione degli altri mezzi amici: un meccanismo già largamente impiegato su carri armati e veicoli leggeri statunitensi, e che parrebbe garantire una buona percentuale di successo nell'evitare conflitti a fuoco tra alleati.



PaPeRo Decisamente meno bellicosi sono gli automi presentati in Giappone la scorsa settimana, durante il CEATEC tenutosi presso la città di Chiba. Ce ne sono di piccolissimi, che si sfidano sul campo di calcio controllati da semplici lampadine. E ce ne sono altri, dalla più rassicurante forma di papera, che sono pensati esclusivamente per tenere compagnia e per raccogliere le news dalla Rete. A riprova, insomma, che la tecnologia in sé non è pericolosa: è l'uso che se ne fa, o le armi che le si fanno indossare, a segnare la differenza.

Luca Annunziata
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