
Questo genere di policy, spiega a
Punto Informatico l'Autorità TLC, potrebbe violare le regole: "Se confermato quanto riportato, a monte vedo un inadempimento riguardo a quanto sancito dalla delibera n. 179/03/CSP, art. 4, comma 1:
Gli utenti hanno diritto ad un'informazione completa circa le modalità giuridiche, economiche e tecniche di prestazione dei servizi", spiega
Francesco Bernabei, Area Reti e Servizi del Servizio per le Tecnologie presso l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.
E continua: "Infatti, mentre può essere ritenuto normale un degrado della rete dovuto a traffico o l'uso di meccanismi di priorità per favorire determinati servizi che hanno particolari requisiti in termini di prestazioni (VoIP), le policy che non consentano l'uso di alcune applicazioni dovrebbero essere dichiarate all'utente". "Inoltre - continua Bernabei, nell'attuale allegato 10 della delibera n. 131/06/CSP era stato previsto che gli operatori fornissero informazioni riguardo: 1) a eventuali limitazioni nell'uso delle porte; 2)a disponibilità di meccanismi di QOS (Quality of service). Il filtraggio di cui parla il vostro lettore molto probabilmente è effettuato a livello di porta, per cui l'utente deve essere informato".
L'utente però farebbe bene ad aspettare prima di cantare vittoria, rimangono sul tappeto alcuni punti di domanda. Primo: se è chiaro l'obbligo di trasparenza per quanto riguarda il filtering del servizio, che dire del
traffic shaping che si limiti a ridurre la banda? Secondo: una volta accertata la scarsa trasparenza da parte del provider, l'utente ha diritto a un risarcimento e a disdire senza penali? Per avere giustizia potrebbe rivolgersi ai Corecom o sporgere denuncia all'Agcom, ma la procedura potrebbe essere di esito incerto e non di breve durata. Infine: in che modo provare che anche altri provider usino queste policy, se non le dichiarano apertamente? Servono insomma regole che diano gli strumenti all'utente per accertare la violazione dei suoi diritti e per ottenere rapida soddisfazione.
Sono tutti aspetti a cui Agcom sta lavorando da febbraio 2006 e che
confluiranno nella carta dei diritti dell'utente Internet. "Sarà avviata con una delibera che arriverà nelle prossime settimane. Terremo conto anche della questione del peer to peer, la cui limitazione potrebbe diventare una clausola esplicita tra gli obblighi di trasparenza in capo ai provider", dice
Enzo Savarese, consigliere Agcom.
Nella bozza di delibera ci sono già alcuni punti interessanti, in base ai quali il provider dovrà comunicare: 1) Eventuali limitazioni nelle connessioni con indirizzi IP unicast (anche con specifici sottoinsiemi); 2) Eventuali limitazioni nelle connessioni con indirizzi IP multicast (anche con specifici sottoinsiemi); 3) Eventuali limitazioni nell'uso delle porte; 4) Eventuali ulteriori limitazioni del servizio d'accesso a Internet. 5) Disponibilità di meccanismi di
QoS (Quality of Service).
Quella della trasparenza, nei confronti dell'utente, è una battaglia anche di
Stefano Quintarelli, noto guru della Rete. A riguardo porta avanti un'iniziativa circa
la Deep Packet Inspection .
Una previsione: è possibile che nei prossimi mesi o anni ci si metterà alle spalle questo stato di far west, in cui il provider ADSL ha diritto di vita e di morte sul servizio che vende all'utente, e si andrà verso una maggiore trasparenza.
Intanto, un'altra cosa da scoprire è quali sono in effetti i provider italiani (a parte quelli citati) che limitano il peer to peer.