
Il tema del filtering e del traffic shaping tocca quello della net neutrality, di cui PI ha scritto
più volte. Il dibattito sul P2P è insomma l'avanguardia di un problema più grosso, che non tarderà a presentarsi nei prossimi anni: fino a che punto è giusto limitare certe applicazioni, a favore (direttamente o indirettamente) di altre, che magari sono contenuti e servizi venduti dallo stesso provider?
La questione è complessa; come spiega a
Punto Informatico Guido Tripaldi, presidente del consorzio VoIPex, ci sono diverse definizioni di net neutrality. Ed è sottile il confine tra un traffic shaping buono e uno cattivo, dal punto di vista dell'utente.
Il primo è utile e necessario alla qualità del servizio; non impedisce alcune applicazioni e non le discrimina marcatamente a favore di altre, fornite dal provider. Il secondo invece ricade nel filtering, rende inutilizzabili certe applicazioni (anche soltanto in certi momenti della giornata) per assecondare un preciso modello di business dei provider.
Ma nel caso di connessioni ADSL molto economiche, dove il provider deve centellinare la banda, la forte limitazione del peer to peer in quale delle due categorie ricade? È una QoS utile agli utenti (almeno alla maggior parte che non fa P2P)? Oppure è considerabile conseguenza di un modello di business svantaggioso per l'utente, da parte di un provider che cerca di risparmiare sulla banda quando invece potrebbe investire di più?
"Il filtering, ovvero l'impedimento del P2P, è la forma più grave di violazione della net neutrality - dice Tripaldi. Il traffic shaping, invece (inteso come le policy per diminuire le prestazioni del P2P al fine di non saturare la rete a scapito delle altre applicazioni) mi sembra una cosa, in moltissimi casi, doverosa e quindi positiva", risponde Tripaldi.
Il dibattito è aperto. Nel frattempo che si chiarisca, almeno l'utente può lottare per il diritto a una maggiore trasparenza nei contratti ADSL. L'Autorità TLC ci sta lavorando.
Alessandro Longo