Alfonso Maruccia

Comcast: guai a chi parla dei filtri al P2P

Prima il provider americano viene colto in fallo perché filtra la connessione degli utenti. Poi emergono istruzioni bellicose date al customer care: chi parla di P2P rischia il licenziamento

Roma - Comcast Corporation, secondo ISP e prima televisione via cavo degli Stati Uniti, coinvolto nelle roventi polemiche sul filtraggio del traffico di dati sulle reti di condivisione, ha sicuramente il suo bel da fare nel tenere buoni reporter e consumatori che stanno in questi giorni mettendo sotto torchio i PR e il supporto clienti. Tanto gravoso è il compito che è stato necessario istruire a dovere gli addetti ai reparti, con un imperativo - si sarebbe detto in altri tempi - categorico: chi parla di traffic shaping e argomenti attinenti viene sbattuto fuori.

A rivelare l'esistenza di questo "codice comportamentale" - che non sarebbe mai dovuto pervenire al pubblico - è ars technica, che fa parlare direttamente gli impiegati destinatari della direttiva riservata: "La direzione ci ha informato che chiunque discuta questa questione con un consumatore o con la stampa associata verrà licenziato" racconta un dipendente del supporto tecnico rimasto anonimo.

"Credo che l'azienda implementi le tecnologie di Sandvine per risparmiare banda in funzione di tante ragioni" dice un altro "pentito" che confessa le probabili motivazioni della "Cosa Comcast" dietro a un immaginario paravento, elencando poi queste ragioni: "Numero uno, per migliorare l'integrità del network per la qualità delle chiamate sul servizio Comcast Digital Voice e per un numero maggiore di canali HD. La seconda ragione è per conservare la banda sfruttata dai provider di dati (Cogent, Level3 e AT&T) e sostanzialmente per risparmiare soldi".
Gli anonimi dipendenti spifferano tutto, anche alcune delle comunicazioni interne con cui la società detta i comandamenti le istruzioni a quanti debbano avere a che fare con domande imbarazzanti provenienti dall'esterno. "Se un cliente ci contatta per chiedere informazioni sulla questione, per favore usate i suddetti argomenti" recita una di queste missive, che poi elenca: "Comcast non blocca l'accesso ad alcuna applicazione, inclusa BitTorrent".

"Noi rispettiamo la privacy dei nostri clienti e non monitoriamo specifiche attività dei consumatori su Internet né tracciamo i comportamenti online individuali - continua la mail - come ad esempio i siti web visitati. Perciò, noi non possiamo sapere se un singolo utente stia visitando BitTorrent o qualunque altro sito".

Nessun monitoraggio specifico, risponde elusivamente Comcast, dribblando con abilità il punto principale del contendere, ovvero la censura a monte dei pacchetti di dati circolanti su determinate porte o protocolli di rete, per il cui controllo in effetti - Comcast dovrebbe saperlo - non occorre alcun monitoraggio specifico delle attività web degli utenti ma solo dispositivi ad hoc, frapposti tra i clienti e la Internet esterna.

"Abbiamo una responsabilità nell'offrire a tutti i nostri consumatori una buona esperienza online - recita il mantra pensato per rispondere alle domande impiccione della stampa - e usiamo le ultime tecnologie per gestire il nostro network. (...) Questo è un comportamento normale per gli ISP e gli operatori di rete in tutto il mondo" si giustifica la corporation come già ha fatto nei giorni scorsi. Al massimo il traffico viene filigranato per non penalizzare eccessivamente i clienti che al P2P non sono interessati, suggeriscono premurosi da Comcast, com'è normale che sia.

Una presa di posizione che secondo le anonime gole profonde contattate da ars tecnica serve sostanzialmente a nascondere la reale estensione delle politiche di shaping adottate dalla società, che evidentemente, commenta uno di questi insider, "pensa di farla franca" intortando utenti e reporter con la favoletta della banda giusta ed equa per le esigenze di tutti. Ma allora, si domanda uno del supporto tecnico, "perché nascondere tutta questa roba se non avevano fatto niente di male?".

Alfonso Maruccia
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