Tutti stupiti sulla Cina

Anche i media nazionali sembrano stupirsi per il nuovo giro di vite delle autorità cinesi sulla libertà di espressione online. Ma è una tendenza iniziata molto tempo fa

Pechino (Cina) - D'accordo, le ultime novità sono gravissime. Come giudicare altrimenti le notizie secondo cui in Cina BBS e siti dedicati alle Chat vengono chiusi uno dopo l'altro, quelle secondo cui nuove disposizioni impediscono per i giornali online l'assunzione di giornalisti non approvati dal regime o, ancora, vietano la pubblicazione di informazioni "contrarie agli interessi del governo"? Una dicitura sotto cui si può porre qualsiasi successivo abuso da parte delle autorità.

C'è però da stupirsi. Per anni, da quando divenne chiaro che nessun provider cinese poteva sperare di fornire un servizio ai propri utenti senza passare per i controlli bit per bit delle autorità, la tendenza censoria di Pechino non ha fatto che aggravarsi. Da anni i dissidenti cinesi all'estero denunciano quanto accade e da anni i media più informati mettono in guardia le imprese che vogliono investire in Cina. Da anni, poi, sono denunciate e si moltiplicano le violenze su chi trasgredisce regolamenti totalitaristici che da noi sanno di altri tempi. Perché, dunque, stupirsi ora?

C'è solo da sperare che questa volta Pechino abbia fatto davvero dei passi di censura e repressione troppo ampi. C'è da sperare, perché le imprese americane ed europee pare non abbiano gradito le nuove norme che impediscono loro di crittare messaggi utilizzando tecnologie non decrittabili dalle autorità. Tanto che ieri le autorità governative cinesi hanno rilasciato interviste e comunicati cercando di smussare gli angoli dell'attività censoria e repressiva, per tentare di ripulire un'immagine inaccettabile. C'è da sperare che tali dichiarazioni, questa volta, non vengano prese per buone.
Paolo De Andreis
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