Gaia Bottà

Tre anni per un phisher

Era stato indagato nell'ambito dell'operazione Phish & Chip e dovrà restituire 6mila euro di maltolto. Nei prossimi giorni il processo ad altri tre imputati

Milano - Si è chiusa l'udienza preliminare del primo processo per phishing celebrato in Italia. Un romeno 19enne, cracker ritenuto il vertice di una delle due organizzazioni criminali coinvolte, ha scelto di patteggiare e finirà in galera per 37 mesi e dovrà risarcire una somma di denaro a parziale compensazione degli utenti a cui aveva prosciugato i conti.

In 26 si erano presentati di fronte al giudice Piero Gamacchio: i sospetti membri di due ring criminali che operavano da Italia e Romania erano stati indagati nell'ambito dell'operazione Phish & Chip condotta dal comando provinciale della Guardia di Finanza di Milano, da una squadra di Polizia Giudiziaria specializzata in reati informatici con l'appoggio della sezione antifrode di Poste Italiane.

Erano stati accusati del reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa informatica condotta a mezzo phishing. Ad inchiodarli, i log delle chat e le intercettazioni telefoniche innescate dalle segnalazioni dei correntisti truffati, documenti che avevano chiarito il modus operandi delle gang, che agivano fra email ingannevoli e casinò.
Il 19enne si occupava di gestire le informazioni raccolte indebitamente e di inviare a tappeto email-esca, con le quali un sedicente membro dello staff di Poste Italiane chiedeva agli utenti di compilare un modulo online con i propri dati.

Altri tre indagati, appartenenti alla seconda gang che operava tra Italia e Romania, hanno scelto di affrontare il processo con rito abbreviato: il presunto capo, una sospetta complice e il tecnico ritenuto responsabile del versante informatico della frode si ripresenteranno davanti al giudice già nei prossimi giorni.

Sono stati invece rinviati a giudizio gli altri 22 imputati appartenenti alle due bande di phisher: sono accusati di aver acquistato dietro compenso carte PostePay e attivato conti correnti "di servizio" sui quali convergeva e si scambiava il denaro accumulato con le frodi, denaro al quale i vertici delle organizzazioni attingevano acquistando fiches per il massimo valore consentito presso casinò italiani e esteri. Sarà il giudice, il prossimo febbraio, a valutare se debbano rispondere dell'accusa di associazione a delinquere o semplicemente di truffa.

Già solo nei primi mesi dell'indagine sono stati riscontrati trasferimenti di denaro e frodi per 250mila euro con alcune delle vittime che ci hanno rimesso oltre 50mila euro: il cracker che ha deciso di patteggiare, come accennato, risarcirà complessivamente le vittime della frode con 6mila euro. Poste Italiane non dovrà rifondere i suoi utenti.

Gaia Bottà
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