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Lei muore e lo spyware infetta amici e parenti

Una crew di cracker ha sfruttato i titoli degli articoli su un incidente per approfittare dei parenti della vittima e dei suoi amici. Il dolore usato per un'operazione a metÓ tra phishing e social engineering

Roma - Uno spregiudicato gruppo di cracker ha approfittato della morte di una donna per metter su un sito postumo con delle pagine-trappola, il cui secondo unico fine era di infettare i computer di chi le avesse visualizzate.

Cliccare per ingrandire"╚ disgustoso", sbotta Markus Diersbock, un amico di Ann Marie McNally, la donna di 36 anni deceduta il 16 novembre scorso in uno scontro mortale tra la sua auto e una vettura della polizia. "╚ disgustoso vedere i parenti di Ann convinti di poter assistere a un video dell'incidente e trovarsi con i computer infettati da spyware", tuona mentre racconta l'episodio al New York Times.

Quando i congiunti di McNally hanno cercato il nome della loro parente su Google, tra i risultati sono comparse subito le brutte sorprese: messaggi e siti posticci che già evidenziavano quanto spam circolasse al riguardo. Tra questi, uno in particolare si è presentato come memoriale, con tanto di video. Diersbock, ovviamente, desiderava vederlo, ma si è reso conto che il sito chiedeva l'installazione di un software per riprodurlo. L'incauto amico ha cliccato, rendendosi presto conto che la URL era praticamente identica a quella impiegata lo scorso mese per craccare la pagina della cantante Alicia Keys su MySpace, che portava ad una pagina dove i computer venivano infettati con spyware.
Ma c'è dell'altro. Sulla morte della McNally hanno speculato numerosi altri "siti" (vedi figura). Mentre scriviamo, una ricerca di "Ann Marie McNally" su Google ancora restituisce il titolo "Shocking Pictures of Ann Marie McNally Fatal Crash" (Immagini scioccanti dell'incidente mortale di Ann Marie McNally). Si tratta di Xomba, un sito costruito con annunci pay-per-click che non esponeva alcuna foto della McNally, ma riportava un unico link ad un articolo del Boston Herald relativo alla morte della donna. Riportava, perché non appena Nick Veneris, responsabile di Xomba, è stato contattato dal New York Times, ha provveduto a rimuovere quella pagina durante la telefonata stessa. Oggi la pagina si presenta così, con l'innocuo aspetto di un social bookmark.

Veneris si è difeso sostenendo che l'utente che aveva creato quella pagina aveva violato le regole del sito. "Dovrebbero sapere che non si può sensazionalizzare un post con lo scopo di specularci sopra", ha detto. Resta il fatto che, su Xomba, troneggia la scritta "questo utente sta guadagnando denaro e anche tu puoi fare lo stesso". Ai netizen l'ardua sentenza.

Marco Valerio Principato

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