
Roma - Sulla tristissima vicenda di Italia.it è stato detto di tutto ma forse non l'ultima parola. Tornare a parlarne proprio ora non è un caso: come sanno i lettori di
Punto Informatico due giorni fa il portale
è sparito dalla rete. I contenuti che vi erano stati immessi, le news che pure venivano aggiornate con una certa frequenza, gli update con cui si era cercato di dare una risposta ad almeno alcune delle critiche tecniche che avevano travolto il portale, tutto è sparito con un clic, la redazione di semi-volontari è a spasso
senza saperlo e
il server è fuorilinea.

Non ci sono annunci ufficiali, chi ha spento il respiratore del portale lo ha fatto cercando di farsi notare il meno possibile, d'altra parte in Italia l'eutanasia è praticata, si sa, ma è illegale e non la si sbandiera. Il mandante politico del fallimento, il Governo, ha scelto questa modalità per dar seguito all'inevitabile. Il Governo, certo, questo governo. Non perché quello precedente non abbia responsabilità, lasceremo a Stanca e a Rutelli il piacere di
illuminarsi a vicenda, ma perché è questo governo quello che
ha scelto di non diffondere le carte, di non metterle sul tavolo per parlarne con i contribuenti e gli utenti Internet, è il Governo che ha scelto di opporre tecnicismi e formalità alle richieste di conoscenza, a scegliere l'arrocco dopo aver già perso tutti i pedoni.
Alle responsabilità politiche si sommano poi quelle tecniche ed operative, sulle quali anche una completa
glasnost appare ancora un miraggio.
Un importante
post di
Lorenzo Spallino su
Scandalo Italiano a dicembre ha gettato squarci di luce sul parere dell'Avvocatura dello Stato che, in sostanza, attribuisce il fallimento alle condizioni troppo generiche del capitolato d'appalto e al mancato coordinamento tra appaltante e fornitore. I soggetti che quel bando hanno vinto e sottoscritto, Innovazione Italia spa, il Dipartimento per l'Innovazione e le Tecnologie e RTI IBM sono additati, seppure in modo diverso, come responsabili di un comportamento nel complesso non adeguato.
Il parere dell'Avvocatura è fondamentale: sulla scorta di quello è possibile interrogare la Corte dei Conti affinché si possa dar vita ad un'azione di recupero del danno subito dall'Erario, ossia dai contribuenti, con il pasticciaccio. Una interrogazione peraltro prodotta dallo stesso Rutelli sebbene, come sottolinea Spallino: "stupisce, piuttosto, leggere (...) che ancora a ottobre 2007 la Vice Presidenza del Consiglio dei Ministri non sapeva
se il collaudo finale sia stato completato e quale ne sia stato l'esito". Italia.it
ha visto la luce, per così dire, a febbraio 2007, ogni stupore è legittimo.

In attesa di ulteriori notizie sulla reale portata del fallimento, dunque, c'è da chiedersi quando, e a questo punto
se, i responsabili istituzionali decideranno di parlar chiaro su quanto avvenuto, di spiegare le proprie ragioni, non foss'altro per grattare via le sgradevoli sensazioni che circolano in rete a causa della mancata trasparenza. Nella memoria collettiva risuonano ancora le parole che i massimi vertici del Governo, Romano Prodi in primis,
riservarono più di un anno fa al criticatissimo logo di Italia.it, un cetriolo che prima ancora del lancio del portale già aveva prodotto una spesa di 100mila euro. "Si esprime in modo unico e riconoscibile - aveva dichiarato il premier - Un simbolo, una grafica, un'immagine. Devo dire che io sentivo fortemente la necessità di avere questo punto grafico che potesse riprodurre, e accompagnarsi, al segno dell'Italia". Parlava del cetriolone verde di quel logo come di "una grandissima occasione, un grandissimo strumento di riferimento".
Nel nostro piccolo riteniamo che forse, ora, dopo aver praticato l'eutanasia al progetto per il quale quel logo era nato, a Palazzo Chigi qualcuno potrebbe sentirsi in dovere di dire qualcosa prima che il cetriolo, che Governo.it dà ancora per
commestibile, si imputridisca definitivamente.
Paolo De AndreisIl blog di pda