Luca Annunziata

BusinessWeek: il deep linking ci fa male

Business Week e Los Angeles Times non gradiscono il collegamenti diretti alle pagine interne. E pensare che il link è l'anima del commercio in rete

Roma - Occhio a linkare Business Week. Una delle più conosciute e apprezzate fonti di informazione su quanto avviene nell'economia dentro e fuori la rete, ha infatti una policy piuttosto precisa su cosa si può e non si può fare degli URL che compongono il suo sito: l'uso di deep link, bot, spider, data mining e qualsiasi altro sistema, programma, algoritmo o processo simile è strettamente proibito.

Vietato linkare, insomma: una polemica antica, che pone una contro l'altra due visioni diverse del web e del suo contenuto. Da una parte chi vorrebbe rendere tutto disponibile a tutti, esercitando il proprio e l'altrui diritto al fair use - pur rimanendo necessario esprimere chiaramente la fonte. Dall'altra i fautori di una Internet più simile alla stampa tradizionale, meno aperta all'interconnessione dell'informazione.

Ma cos'è il world wide web se non un enorme ipertesto? A giudicare dalle policy di link di Los Angeles Times e Business Week, forse solo un veicolo in più per "vendere copie" del proprio giornale. Almeno questa è l'impressione che si è fatto Don MacAskill, CEO di SmugMug, che si spinge fino a decretare una sentenza di morte per la stampa tradizionale: condannata al declino, se non cambierà mentalità.
Sul suo blog, Don si dice lusingato di essere stato intervistato dalle due prestigiose testate: in entrambi i casi, spiega tuttavia, dopo la pubblicazione si è reso conto di una politica di link piuttosto curiosa. Nel caso del LAT, ad esempio, per poter accedere ad una pagina è necessario registrarsi al servizio. Altrove si deve persino pagare.

"Qualcuno che controlla queste aziende non ha capito che il modello di business online è la pubblicità", ironizza MacAskill. Impedendo ai netizen di linkare le loro pagine, impediscono ai navigatori di arrivarci, guardarne il contenuto, sorbirsi i banner e magari cliccarci. Niente visite, dunque, significa niente pubblicità. Per altro, racconta MacAskill, resta perfettamente lecito linkare la pagina di Google che punta a quelle interne delle testate: ma a guadagnarci con la pubblicità, in questo caso, sarà BigG.

Il perché, secondo Gawker, è presto detto: con il deep link il navigatore finisce direttamente sulla risorsa desiderata, scavalcando tutte le pagine intermedie che lo condurrebbero dalla homepage col sommario fino alla sottosezione che contiene l'articolo cercato. Inaccettabile, almeno per le politiche editoriali di Business Week; perfettamente ragionevole per il New York Times.

Al riguardo, per altro, la giurisprudenza è piuttosto confusa. Gawker cita alcune sentenze statunitensi che certificano l'uguaglianza tra gli URL, di fatto scavalcando le restrizioni imposte in questo caso. Nella vecchia Europa, invece, più volte i tribunali si sono espressi in modo altalenante al riguardo.

Luca Annunziata
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