Gabriele Niola

PIVideo/ E' successo al Future Film Festival

Il ruolo della tecnologia nel cinema, gli effetti speciali, le nuove frontiere WETA, James Cameron, i laboratori Pixar. Il commento di Bruce Sterling, i cinebloggers - FFF 2008 e tecnologia nello speciale di Punto Informatico Video

Bologna - Il 2008 ha segnato il decimo anniversario del Future Film Festival. Dieci anni passati in fretta nel mondo delle tecnologie del cinema, che hanno visto (come ha ricordato Matt Aitken, della WETA) il passaggio da un mondo in cui la punta massima degli effetti speciali era "Titanic" di James Cameron ad uno in cui si attende di nuovo un film di James Cameron, "Avatar", per capire quale sia la nuova forma di unione tra effetti speciali e cinema, tra tecnologia e immaginazione.

Non sembra essere quindi cambiato molto per il mondo digitale del cinema dal vero, ancora in cerca di un'opera che sia il suo "Blade runner", ovvero il suo nuovo punto di equilibrio con la storia e la narrazione. Nell'ultimo decennio c'è stato l'emergere della WETA e dei nuovi effetti speciali made in Oceania grazie all'exploit di "Il signore degli anelli", e c'è stato Matrix, film che sembrava dover ridefinire la fantascienza moderna ma in realtà ha dato il via solo ad una serie di parodie. C'è stato il ritorno in grande stile dei film con protagonisti i supereroi e il nuovo franchise ad alto tasso tecnologico di Harry Potter, che ci ha mostrato come in un mondo parallelo la magia fa tutto ciò che nel nostro fa la tecnologia.
Infine c'è stata una generale ibridazione dei modelli di produzione di tecnologie per il cinema, per la quale gli studi sono sempre più sovranazionali e impiegano personale non più solo statunitense. Cosa che tra le altre ha portato ad una crescita professionale di compagnie di postproduzione francesi, spagnole e russe (grazie anche al successo della serie di film fantasy moderni iniziata con "I guardiani della notte").

Presente a questa edizione, oltre alla già citata WETA era anche Vicky Dobbs-Beck dell'Industrial Light and Magic, la creatura di George Lucas che nel decennio passato si è confermata come il punto di riferimento nel campo dell'effettistica speciale. Alla ILM hanno la tecnologia, hanno l'hardware, il software e hanno materialmente costruito gli strumenti che oggi usano tutti, sono a dir poco il digitale nei film.
Se dunque gli effetti speciali non sono più americani l'animazione, almeno quella ad alti livelli, continua invece ad essere una prerogativa degli Stati Uniti e del Giappone.
E se il paese del sol levante negli ultimi 10 anni ha perso con lenta continuità sempre di più lo smalto che aveva contraddistinto la sua produzione negli anni '80 e '90, l'America ha fatto invece fronte al calo costante ed inesorabile delle produzioni Disney con un rinnovamento tecnologico di prim'ordine che l'ha vista protagonista di una rivoluzione importantissima, quella dei cartoni in computer grafica, un genere che oltre a portare innovazioni tecniche ha cambiato anche il modo in cui l'animazione racconta le sue storie.
I nomi principali di questa rivoluzione sono in primis la Pixar e poi Dreamworks e Blue Sky, tutti studi che negli anni sono passati per Bologna.

Quest'anno Pixar ha rinnovato ha portando qui al FFF il suo primo cortometraggio di animazione tradizionale (in due dimensioni e disegnato a mano) assieme a Jim Capobianco (il suo regista) e Mark Holmes, disegnatore che ha collaborato a "Ratatouille", ha realizzato il corto che ha preceduto il film (del quale ha illustrato la lavorazione durante una lezione) ed è all'opera sul prossimo lungometraggio della casa di Steve Jobs, "Wall-E".
Blue Sky invece ha presentato "Ortone e il mondo dei Chi", cartone che dovrebbe uscire da noi in aprile, portando il suo vicepresidente ed un animatore a parlare e spiegare quale sia la strada intrapresa dallo studio di "L'era glaciale" e come i nuovi cartoni in computer grafica offrano nuove possibilità per il cinema.

Oltre a queste presenze importanti, il Festival ha saputo come sempre offrire una vasta scelta di cinema d'animazione e non tra i film in concorso, fuori concorso e le particolarissime retrospettive incentrate sui prodotti animati latinoamericani, spagnoli e le prime fondamentali opere della Toei animation giapponese. Ma ancora di più il Future Film Festival è stato il primo ad occuparsi in maniera seria delle nuove frontiere di distribuzione e linguaggio che internet sta offrendo al cinema e di cui gli utenti già stanno usufruendo.

Da una parte Bruce Sterling ha dissertato sui possibili futuri del cinema nell'era in cui un medium come internet ne rimette in discussione i sistemi di distribuzione e di veicolazione anche commerciale. Dall'altra, c'è stata una tavola rotonda che ha riunito per la prima volta in un evento ufficiale i principali strong>blogger di cinema italiani per parlare di come la rete stia offrendo nuove possibilità per la critica e la discussione intorno ai film.

Unici a fare un discorso sul cinema cosiddetto sommerso e unici ad offrire un punto di vista diverso e anagraficamente più giovane su quanto esce nelle nostre sale ma soprattutto quanto esce in tutto il mondo, i cinebloggers sono l'unica categoria di blogger che si percepisce come tale (a partire dal fatto di avere un nome proprio) e ad agire continuamente come una comunità e non come una serie di luci separate.

Privi di una linea comune, privi di accordo sul proprio ruolo e sul modo in cui parlare di cinema, i cineblogger non casualmente sono spesso uniti dalla passione per determinati autori o determinate filmografie, le stesse che solitamente vengono trascurate sia dalla stampa mainstream sia da quella specialistica ufficiale (anche quella in rete). Segno questo di come, al di là di cosa sia critica e cosa non lo sia, esiste una linea comune in chi ama il cinema e non si identifica nella voce più ufficiale, probabilmente da sempre, alla quale internet sta solo dando visibilità.
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