Alfonso Maruccia

Myanmar, arrestato un blogger

Le autorità militari non si smentiscono: è considerato colpevole di aver parlato sul suo blog delle difficoltà della vita quotidiana nel paese

Roma - Myanmar è, secondo una celebre lista compilata da Reporters sans frontières, uno dei paesi nemici di Internet. Protagonista delle cronache recenti per aver annegato nel sangue le proteste pacifiche della popolazione contro l'oppressione del regime militare, lo stato asiatico continua a controllare in maniera stringente quello che i cittadini cercano e diffondono in rete. Nelle tenaglie di tale frenetica attività censoria è recentemente finito Nay Phone Latt, blogger vicino al partito di opposizione Lega Nazionale per la Democrazia.

Secondo quanto riferito dal portavoce della LND Nyan Win, Nay Phone Latt è stato arrestato a Yangon assieme a un altro uomo, non ancora identificato ma che dovrebbe far parte dell'ala giovanile del partito. Apparentemente i due attivisti sono colpevoli di aver bypassato lo stretto controllo su Internet esercitato dalle autorità.

Nay Phone Latt, che viene descritto come un esperto di computer, era solito tenere un blog scritto in lingua birmana sotto forma di racconto, usato per spiegare le difficoltà incontrate dalla popolazione nelle pratiche della quotidianità, le privazioni, il crescente costo della vita che ha scatenato nei mesi scorsi la protesta dei monaci buddisti e la conseguente reazione dei militari.
Durante i fatti di settembre 2007 furono proprio i blogger una delle fonti di notizie più utili per conoscere la reale situazione nel paese, in contrasto con i mezzi di comunicazione tradizionali sotto il totale controllo dei militari. La capacità della rete di scavalcare ogni tentativo di censura costrinse la giunta governativa a chiudere il rubinetto della connettività per un periodo di tempo limitato.

E se oggi Internet funziona, la morsa del controllo sulle comunicazioni non si è certo fatta meno opprimente: le stringenti leggi sulla pubblicazione di informazioni prevedono una pena che può arrivare fino a sette anni di prigione, e sono già state usate per eliminare dalla scena politica i leader del dissenso che hanno guidato le proteste alla fine dell'anno scorso.

Alfonso Maruccia
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