Alfonso Maruccia

Era del Robot, umanità in pericolo

Gli esperti avvertono: le macchine create per fare il lavoro sporco degli esseri umani saranno presto la più concreta minaccia alla sicurezza globale. I prezzi diminuiscono e i terroristi non aspettano altro

Roma - Sarà il secolo dei robot, certo, ma l'umanità non ha scampo: gli automi cingolati, i velivoli automatizzati e le cimici nanotecnologiche diventeranno il peggior pericolo per la sicurezza delle persone negli anni a venire. Lo denuncia Noel Sharkey, professore di scienze informatiche dell'università inglese di Sheffield che in un discorso tenuto presso il Royal United Services Institute (RUSI) parla senza mezzi termini di grave rischio per l'umanità a causa delle legioni robotizzate in via di sviluppo.

Siamo attualmente ai primi passi di una invasione robotica, avverte Sharkey, ed è bene affrontare subito tematiche come il potenziale effetto che macchine ultra-sofisticate potrebbero avere nelle mani dei terroristi. Addio a bombaroli suicidi, questa l'idea che l'esperto vuole far passare, benvenuti droni in grado di farsi saltare in aria senza la necessità sacrificare preziosi soldati arruolati nelle milizie degli estremisti di tutto il mondo.

L'inizio della "robocalisse" è in fondo sotto gli occhi di tutti: molte nazioni evolute sono impegnate con investimenti a nove zeri nella ricerca&sviluppo di macchine di morte pensate per la guerra tecnologica, strumento multiforme da impiegare nei più diversi contesti a supporto o a totale sostituzione di fanti e combattenti umani.
Il Pentagono guida naturalmente la classifica, e secondo la Unmanned Systems Roadmap 2007-2013 pubblicata nel dicembre dell'anno scorso, i fondi previsti per il programma di automazione di guerra e guerrieri ammontano a 4 miliardi di dollari entro il 2010, con una spesa complessiva che dovrebbe crescere fino ai 24 miliardi di dollari.

La situazione non è poi tanto diversa negli altri paesi: sono al lavoro su programmi simili gli australiani, i sudcoreani, i canadesi, Singapore, Israele, Cina e Russia. L'ex blocco comunista ha capacità di produzione dei sistemi automatizzati al momento sconosciute, ma dal Dipartimento della Difesa assicurano che le infrastrutture per lo sviluppo di macchine per la guerra ci sono tutte e gli investimenti hi-tech sono in crescita.

L'invasione è già cominciata: in Iraq sono attualmente presenti oltre 4mila droni al servizio della coalizione guidata dagli Stati Uniti, e già a ottobre del 2006 gli UAV avevano totalizzato, senza il bisogno dell'assistenza umana, ben 400mila ore di volo. E se i sistemi preposti al controllo delle macchine combattenti prevedono al momento la necessità di una decisione umana, l'approccio automatizzato è quello che più solletica i torbidi sogni degli apparati statali statunitensi e anglosassoni: Skynet vive, ed è già entrato in funzione da quasi un anno.

Sharkey, che è stato consulente per la serie TV Robot Wars e per la BBC, non lascia adito a dubbi: "Il guaio è che davvero non possiamo richiudere il genio nella bottiglia, una volta liberato - dice l'esperto - Una volta che le nuove armi saranno in circolazione, sarà abbastanza facile copiarle. Quanto tempo occorrerà prima che i terroristi entrino nel gioco?". "Con gli attuali prezzi per la costruzione dei robot in caduta libera e la disponibilità di componenti già pronti per il mercato amatoriale - continua Sharkey - la realizzazione di armi robot automatizzate potrebbe essere accessibile a tutti".

Di dettagli su questa presunta facilità di costruzione il professore non ne dà molti, ma assicura che un drone con pilota automatico funzionante tramite il segnale GPS costa attualmente la modica cifra di 250 dollari. La proliferazione di armi robot - o robot armati, a seconda del punto di vista - pone poi serie problematiche anche da un punto di vista etico: l'attuale capacità di discernimento da parte dei droni è limitata, e questo significa "che non è possibile garantire la discriminazione tra combattenti e innocenti o un uso proporzionato della forza come richiesto dalle attuali Leggi di Guerra" tratteggia ancora Sharkey.

Tutto questo è sufficiente perché "ci sia un urgente bisogno per la comunità internazionale di valutare i rischi di queste nuove armi ora, piuttosto che attendere il loro furtivo insinuarsi nell'impiego comune", avverte infine il professore inglese.

Alfonso Maruccia
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