Occhi aperti sul Cyberstalking

di Luca Amico - Nelle relazioni la molestia è sempre esistita. E se esiste anche nell'era digitale non è certo colpa del mezzo informatico. Ecco cos'è e quali sono gli strumenti abusati dai molestatori. Una guida per l'utente meno esperto

Occhi aperti sul CyberstalkingRoma - Una definizione universale di Cyberstalking non esiste ma il termine viene per lo più utilizzato per indicare l'uso del mezzo informatico/telematico, ed in particolare di internet, della posta elettronica, e di altri dispositivi di comunicazione elettronica, per molestare un'altra persona. Questa molestia, che spesso prende le caratteristiche di una persecuzione ossessiva, sostanzialmente ricalca i comportamenti fastidiosi o minacciosi che vengono commessi dal molestatore nella "vita reale", come pedinare una persona o comparire nel luogo di residenza o di lavoro di questa, fare innumerevoli telefonate, magari riagganciando alla risposta, lasciare messaggi o oggetti inquietanti o compiere atti vandalici contro la proprietà della vittima, con la differenza che le descritte condotte vengono "traslate" nel mondo virtuale informatico/telematico.

Il concetto fondamentale da capire è quindi che la molestia, nella vita di relazione (coppia, lavoro, amicizie) è sempre esistita, ed oggi con l'estendersi dell'uso delle tecnologie informatiche, si diffonde anche alle relazioni telematiche. Non ha senso quindi demonizzare il mezzo tecnologico - e penso sia bene precisarlo - perché la molestia è un reato che segue inevitabilmente le relazioni umane e l'evoluzione di queste non può che modificare anche il reato base.

Quali condotte rientrano in questa definizione?
Il mezzo informatico offre al cyberstalker diverse modalità di azione: l'invio senza il consenso della persona offesa di grandi quantità di email o anche solo il ripetuto invio di email non sollecitate dai contenuti offensivi o sgradevoli per il soggetto passivo, l'intrusione nel sistema informatico della vittima tramite programmi volti ad assumerne il controllo o a danneggiarlo, l'impersonificazione della persona offesa in Internet, spesso in contesti diffamatori (come siti di genere erotico), la pubblicazione sulla Rete di siti o comunque informazioni dai contenuti minacciosi o offensivi riguardanti la vittima. Si tratta di uno spettro di condotte molto ampio che copre quindi una vasta gamma di possibili reati, dall'illecito trattamento dei dati personali, all'accesso abusivo a sistema informatico/telematico, passando per ingiuria, diffamazione e quant'altro.
Uno dei maggiori ostacoli al contrasto del cyberstalking è dovuto quindi alla frammentazione della fattispecie: nessun reato ad oggi copre la fattispecie in modo specifico facendo riferimento al vulnus principale, ovvero la molestia. Pertanto si giunge ad un paradosso: di fronte ad una condotta persecutoria unitaria costituita dalla violazione di un sistema informatico, con conseguente divulgazione illecita di dati personali e magari accompagnata da diffamazione, si possono punire le singole condotte senza che sia riconosciuta però l'esistenza di un serio reato di molestia, dacché l'art. 660 del codice penale è palesemente inadeguato a consentire di affrontare la problematica.

Quale soluzione per il futuro?
In Italia, a fronte di un aumento dei casi di cyberstalking, vi è stato, va detto, negli ultimi due anni uno sforzo da parte del legislatore e dell'opinione pubblica di affrontare la questione. Si va diffondendo infatti sempre più una nuova concezione della molestia, che individua in tale fattispecie non più una semplice petulanza, un fastidio, uno scherzo poco gradito, ma una grave lesione della libertà e della sfera personale del soggetto passivo, che viene spesso letteralmente "terrorizzato" e non sa come reagire nè come difendersi.
E va detto che le molestie commesse con il mezzo del computer o attraverso Internet spesso possono risultare anche più gravi e lesive per la vittima che quelle "tradizionali": Internet è una sorta di "mondo parallelo virtuale" che un numero sempre maggiore di persone utilizza, unitamente al proprio personal computer, come una sorta di "domicilio virtuale" dove inserire dati personali, foto, video, documenti attinenti a passatempi, affetti, famiglia, ma anche cartelle lavorative e professionali.

Non è difficile pertanto immaginare quali possano essere le conseguenze di una molestia praticata mediante la violazione del sistema informatico del soggetto passivo o attraverso la rete telematica: è come se il molestatore avesse le chiavi di casa della propria vittima. E non solo: le potenzialità lesive - di una diffamazione, per esempio - sono amplificate a dismisura dalla rapidità e dall'universalità delle comunicazioni elettroniche.

Quale soluzione, dunque, per il futuro? Al di là dell'intervento del legislatore, la cosa che reputo più importante è che vi sia una sempre più vasta presa di coscienza degli utenti della Rete, specialmente di coloro che sono meno abili e preparati in campo informatico, dell'esistenza del cyberstalking e dei mezzi per contrastarlo.

In primo luogo - e qui mi rivolgo direttamente ai lettori - fate attenzione ai dati personali che diffondete - perché possono essere manipolati ed utilizzati per risalire alla vostra identità - e fate attenzione al livello di protezione del vostro computer. L'eventuale condivisione di cartelle in reti telematiche dovrebbe essere effettuata con molta cautela ed attenzione; inoltre controllate e proteggete sempre la vostra connessione da intrusioni e malware. In secondo luogo: se venite molestati non abbiate timore di rivolgervi al personale della Polizia Postale e fatelo al più presto, anche solo per un consiglio sul comportamento da seguire e sull'eventuale rilevanza penale della fattispecie.

avv. Luca Amico
Il blog di L.A.
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